Tanto gentile e tanto onesta pare

CLAMOROSO: LA VERSIONE ORIGINALE  DI “TANTO GENTILE E TANTO ONESTA PARE”, SOLO ORA RITROVATA NEL MONASTERO DI CLAUSOLI.

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

la mia ragazza quando ti sorride,

che tutto il mondo improvviso t’arride,

e gli occhi non la smetton di guardare.

 

Ella si va, ignara d’ammaliare;

l’aere intero del suo fascino intride.

Par sia venuta, giura chi la vide,

per mente e corpo insieme innamorare.

 

Mostrasi sì piacente a chi la mira,

che starle vicino vien da volere;

sol chi vi riesce vero piacer prova.

 

Ma la saldezza è messa a dura prova:

solo il forte può Amore trattenere

che inver le labbra sue sospinge e attira.

 

Il manoscritto che riporta questi versi sostiene che furono ricopiati da una lettera che lo stesso Dante scrisse all’età di 16 anni, e a cui aggiunse queste parole:

“Ed io non fui punto forte, padre mio, quella sera. Ora, lasso, per lo mio peccato la luce dei miei occhi mi è negata, e se dimani questo contrito cuore non riceverà almeno una vostra parola di consolazione e, se ancor possibile, di speranza di perdono, io ben credo che si morrà di dolore.”

Il manoscritto chiarisce di seguito anche il contesto in cui questa lettera fu inviata, e la poesia composta.

Veniamo così a sapere che Dante, appunto sedicenne, e avendo amato Beatrice già per sette anni, la incontrò per caso in un vicolo ombroso ed appartato; a causa del buio, o forse assorto nella composizione di una poesia, non la riconobbe finché non se la ritrovò proprio di fronte.

Il manoscritto non precisa cosa sia successo, ma il “non esser stato forte”, l’allusione a un “peccato” e il tono generale del sonetto indirizzano abbastanza chiaramente le nostre congetture.

Fu dunque questo il vero motivo per cui Beatrice gli tolse il saluto.

In verità, lo perdonò abbastanza presto, e si può supporre perciò che la cosa non le fosse troppo dispiaciuta; ma sapeva che era suo preciso dovere offendersi, e lo fece così bene che Dante era disperato. Scrisse perciò questa lettera al frate suo padre spirituale, che dimorava appunto in Clausoli, e pochi giorni dopo lo raggiunse per chiedergli di confessarlo. Probabilmente scrisse il sonetto per meglio illustrare le circostanze della sua colpa al religioso, e in qualche modo scusarla.

Il frate lo assolse e Beatrice, come detto, lo perdonò; ma la lettera rimase a Clausoli, diligentemente ricopiata da un amanuense che aveva forse finito i testi latini.

Si sparse allora, non si sa come, la voce che Dante avesse composto una poesia che cominciava con “Tanto gentile e tanto onesta pare”, e tutti cominciarono a chiedergli di vederla.

Lui cercò di difendersi dicendo che era ancora da rivedere, ma l’attesa convinse tutti che dovesse trattarsi di un capolavoro. Così il poveretto si vide costretto a scrivere un’altra poesia con lo stesso inizio, quella celeberrima che oggi tutti conosciamo.

La fece però molto diversa, imbevuta di estatica ammirazione per la propria donna e priva di qualunque riferimento terreno; a tale scopo si ispirò allo stile di quel Guinizzelli che lui e l’amico Cavalcanti si erano talvolta divertiti ad imitare.

Fu un successo immenso, che consacrò la fama del giovane Dante e impose il Dolce Stil Novo come modello dominante. Dante si adeguò, e modificò in tal senso lo stile delle proprie poesie, quelle che più tardi raccolse nella Vita Nova.

Ma i guai non erano finiti: molti anni dopo, quando, sconfitto il suo partito, i suoi nemici cominciarono a cercare un pretesto per esiliarlo, spuntò la voce che il suo amore per Beatrice non fosse in verità tanto platonico, e che egli avesse dunque preso in giro l’intera Firenze per anni.

Terrorizzato, Dante pregò i monaci di distruggere la poesia, ma quelli non potevano: avevano giurato di conservare a qualunque costo tutto ciò che facesse parte della loro biblioteca, e, se la lettera era andata perduta, il manoscritto su cui era stata ricopiata ne faceva parte a pieno titolo da anni. Siccome però non era specificato dove i volumi andassero conservati, risolsero di murare il libro incriminato. Così i nemici di Dante non poterono provare ciò che asserivano; ciò nonostante fu ugualmente esiliato, e continuò a rimproverarsi quell’episodio per tutta la vita: ad esso allude ad esempio nella canzone “Tre donne intorno al cor mi son venute”.

Il suo segreto è stato però salvo fino a quando, nei lavori di ristrutturazione per trasformare l’eremo in un agriturismo, il libro è stato ritrovato intatto, regalandoci un ineguagliabile squarcio di verità sulla vita del sommo poeta italiano.

Vi chiederete come ho fatto a sapere del ritrovamento di un tale manoscritto.

In effetti, non ne ho affatto notizia. Forse non è stato neppure ancora ritrovato.

Ma questo non è minimamente un problema, e vi spiegherò perché.

Si danno in filosofia due ipotesi: o la natura esiste indipendentemente dalla nostra conoscenza, oppure esiste solo ciò che conosciamo.

Ora, se la natura esiste indipendentemente dalla nostra conoscenza, anche quel libro, che è parte della natura, esiste comunque, che noi lo sappiamo oppure no; se al contrario le cose esistono in virtù del fatto che esiste una mente che le conosce, io conosco il libro, avendolo appena descritto, dunque esiste.

Se poi non siete ancora convinti dall’evidenza di questo sillogismo, non avete che da fare un giretto fino a Clausoli, per verificare di persona…

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Una risposta a Tanto gentile e tanto onesta pare

  1. veronica ha detto:

    CIAO! ti ricordi del campo fatto vicino ad arezzo?

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