Impero

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Aprì un occhio, poi l’altro.

Per un istante ebbe l’impressione di essere ancora nel suo sogno: era in viaggio per raggiungere i confini dell’Impero; ma procedeva e procedeva, gli anni passavano, e tuttavia chiunque incontrasse continuava a dichiararsi suo suddito, e alla domanda sulla lontananza del confine rispondeva con un segno che indicava una distanza enorme.

Poi mise a fuoco, all’estremità dell’immenso letto, le facce familiari dei servi che lo attendevano come sempre, perfettamente schierati. Aspettarono immobili che l’Imperatore si rigirasse un’ultima volta, si stiracchiasse per bene, e infine lanciasse un sonoro sbadiglio; ma non appena Egli mise il piede su soffice tappeto persiano che ricopriva il marmo del pavimento, tutti cominciarono solerti ad adempiere i propri compiti: chi gli porgeva le regali calzature, chi l’acqua per lavarsi il viso, chi il prezioso vestito, chi lo aiutava ad indossarlo, chi gli massaggiava la schiena, chi gli acconciava i capelli. Infine il nugolo di servi smise di ronzargli intorno, e si ritirò sulla parete di fondo: erano in ordine tanto perfetto che sembrarono entrare a far parte delle decorazioni.

L’Imperatore varcò la magnifica porta che due valletti gli aprivano, e vide tutta la corte, una fila infinita di nobili, dignitari, ufficiali, schierata ai due lati del corridoio, ad attenderlo.

Avanzò in mezzo alle due file, e come per magia al suo passaggio tutti si inchinavano, prostrandosi fino a terra.

Finita la cerimonia, si avviò alle sue consuete occupazioni: dopo un’oretta di sauna, si trasferì in biblioteca, dove rimase fino all’ora di pranzo. Poi fece onore ad un sontuoso banchetto, seduto da solo a capotavola, nella sala da pranzo per cinquecento persone.

Quindi decise di partire per una battuta di caccia, accompagnato come al solito dal suo vecchio precettore. Ormai aveva raggiunto la maggiore età, ma fare a meno del precettore avrebbe significato un notevole cambiamento nella sua vita, così continuava a portarselo sempre appresso.

Come al solito, uscito dalla zona centrale dove sorgevano gli sfavillanti palazzi, entrò nel meraviglioso giardino che circondava la Città Proibita, tanto vasto che non se ne poteva vedere la fine. Tutti gli alberi erano perfettamente potati, i fili d’erba erano tutti verdi e tutti della medesima altezza, non c’erano sassi se non nelle composizioni artistiche di ghiaia, l’acqua dei numerosi ruscelli era sempre limpida e fresca, ma neppure troppo fredda.

Vagò per un po’, ammirando le delizie del giardino, ma senza scorgere alcun cervo. Non rassegnandosi, si allontanò sempre più dal centro, finché il precettore cominciò a dare segni di nervosismo e ad insistere per tornare indietro. Improvvisamente il cavallo dell’Imperatore si imbizzarrì e, non rispondendo più ai comandi, si mise a correre all’impazzata, allontanandosi dal Palazzo. Il cavallo del precettore invece, non si mosse; e nonostante questi lo spronasse a tutta forza, preso dal panico, riuscì a malapena a non perdere di vista il sovrano. Il cavallo imbizzarrito corse sempre più forte, per chilometri e chilometri, finché giunse di fronte ad un muro, e si fermò.

Era un muro enorme, di un bianco accecante, che sembrava voler giungere fino al cielo. Se non era visibile da palazzo, era solo a causa della grande distanza. L’Imperatore stette un istante a guardare, senza parole. Improvvisamente giunse il precettore, ansimante, che urlò “Cosa fate qui? Venite via!”. “Non prendo ordini da voi!” si indignò l’Imperatore. “Perdonatemi, eccellenza! Ma siamo troppo vicini!” “Vicini a cosa, di grazia?” “Beh, al…al…al Confine.” “Confine di cosa? A cosa serve un muro così grande? Perché non ne sapevo nulla?”

Il precettore sapeva bene perché. La pace, l’ordine, la ricchezza, il privilegio, dentro. La povertà, il disordine, l’ingiustizia, la guerra, fuori. Dentro, tutto era perfetto, tutto costruito artificiosamente nel migliore dei modi; fuori, no. Era una barriera tra due mondi.

“Mio Signore, è solo una piccola precauzione che abbiamo preso per salvaguardare ancora meglio la vostra incolumità. Non ci è parso valesse la pena informarvi.” “Un muro così grande, che per servire a qualcosa deve circondare l’intera reggia, non vale la pena di essere menzionato? E poi difendermi da cosa? Tutti i miei sudditi mi amano, come continuate a ripetermi!” “Potrebbero comunque esserci dei pericoli!” “Quali? Non vedo perché dovrebbero esserci più pericoli fuori che dentro. O forse ciò che c’è fuori è diverso da quello che ho sempre visto intorno a me?” “No, certo! Come potete pensare che ci sia qualcos’altro?” “E allora questo muro è inutile.” fu la risposta “Domani comincerete ad abbatterlo. E ora torniamo a palazzo.”.

Voltarono i cavalli, e ritornarono nel loro mondo. Il precettore tirò un mezzo sospiro di sollievo quando il muro scomparve alla vista, coperto dagli alberi rigogliosi. Ma i nodi rischiavano di venire al pattine. Come diavolo lo avrebbe spiegato agli altri?

Fino a sera la routine continuò, senza nulla di diverso dal solito. Ma l’Imperatore notò qualcosa di insolito nel modo in cui i nobili lo guardavano prima di inchinarglisi.

Era ormai scesa la notte, e l’Imperatore, spogliato e pulito dai servi, si era coricato nell’immenso letto. Ma non riusciva a dormire. Cosa c’era veramente al di fuori di quel muro? Perché il precettore si era tanto agitato, forse per la prima volta nella sua vita? Chi aveva ordinato di costruire un’opera così colossale? Quante altre cose si erano “dimenticati” di dirgli? Le cose erano davvero così perfette come aveva sempre dato per scontato? Non potendo prendere sonno, si alzò, ed andò alla finestra. I suoi passi risuonavano cupi nella stanza vuota. Restò a contemplare il vuoto, finché non scorse un’ombra nella notte. Guardò meglio. Si muoveva circospetta, avvolta in un mantello nero. Una guardia si accorse che qualcosa non andava, ma prima che potesse dare l’allarme cadde a terra senza vita. L’ombra si avvicinò al balcone reale. Cercava lui.

L’Imperatore stava per chiamare le guardie, ma si fermò. Perché doveva sempre dipendere dagli altri?Era forse ancora un bambino, che può vivere soltanto se circondato di attenzioni? Dopotutto, si rese improvvisamente che era la prima cosa emozionante che gli fosse capitata nella vita. Non aveva mai provato il pericolo, e decise di non lasciarlo scappare. Corse a prendere la pesante armatura appesa alla parte per pura decorazione, e si parò davanti alla finestra, brandendo una spada per la prima volta. Se poi si fosse trovato in difficoltà, sarebbe bastato un grido per richiamare frotte di guardie…

Lo sconosciuto finì di scalare, e si trovarono faccia a faccia. Anche alla luce delle candele, l’Imperatore poté vedere che non era certo un suo suddito: aveva  il viso quadrato, il naso grosso, gli occhi arrotondati ed un incredibile colorito rosa. Ma non ebbe tempo di fare troppe considerazioni: il nuovo arrivato gli puntò una specie di piccola balestra al viso, e disse: “Se ti muovi o gridi sei morto. Ma se mi dici dov’è l’imperatore può darsi che ti leghi soltanto.”

“Sono io l’Imperatore”, rispose, con uno sguardo di sfida. “Come?! Provalo!”. Lui mostrò l’anello con il sigillo imperiale. A quella vista lo straniero si gettò in ginocchio, dicendo: “Perdonate i miei modi bruschi, Imperatore, ma sono venuto da lontanissimo per vedervi e non c’era altro modo di entrare.” “Chi sei tu, che non riconosci il tuo Imperatore, e anzi non rassomigli a nessuno degli uomini che ho mai visto? Devi venire da una provincia agli estremi confini dell’Impero.” “Eccellenza, io mi chiamo Marco, e vengo da Venezia, ben oltre i confini del vostro impero. Sono qui per conoscere questo incredibile paese.” “Non può essere!” replicò sconvolto l’Imperatore “Esiste forse qualcosa oltre i confini dell’Impero?” “Certo, Sire! E io stesso ne ho percorso la gran parte.” “Voi…voi avete visto tutto ciò? E allora, vi ordino di accomodarvi e raccontarmi tutto!” “Come desiderate.”

Si sedettero su un divano di seta, e Marco cominciò a raccontare. Raccontò di Venezia, di Genova, di Pisa, di Firenze, di Milano, del Sacro Romano Impero Germanico, del regno di Francia, dell’impero arabo; raccontò di Carlo Magno, dell’Impero Romano, di Alessandro Magno, di Atene. Il mercante parlò e parlò; descrisse i popoli dell’Europa, la loro società, la loro economia, la loro cultura, la loro lingua, la loro religione, i loro usi e costumi.

Poi passò a parlare del proprio viaggio, e di tutte le incredibili avventure che gli erano capitate.

Ma quando infine arrivò al confine con la Cina, disse: “e qui, Maestà, non credo che sia necessario continuare: è ovvio che conoscete perfettamente il vostro Impero!” “No, invece: continua.” Fu la risposta “E dimmi tutte le cose come stanno, senza dimenticare nulla!” Marco si finse stupito.

Continuò, e parlò delle grandi città, dei commerci, delle strade e delle dighe, dei campi e dei contadini che vi lavoravano tutto il giorno, dei nobili che in nome dell’Imperatore imponevano tasse enormi e mettevano a morte chiunque si opponesse loro, comportandosi proprio come sovrani assoluti; raccontò dei barbari che compivano scorrerie ai confini, delle guerre civili che distruggevano il paese, delle triadi mafiose che lo vessavano, con la complicità dei potenti.

Quando finì, era quasi l’alba.

L’Imperatore gli chiese: “Quello che hai detto è tutto vero?”. Gli tremava la voce, e teneva, per la prima volta, gli occhi al pavimento. “Vero, fino all’ultima parola”, fu la risposta del veneziano.

Ora, l’Imperatore capiva. Aveva pensato che il mondo fosse un immenso giardino, che il tempo fosse solo succedersi di giorni uguali. Si era ingannato, e quanto!Fuori gli imperi combattevano e morivano, i popoli lavoravano e soffrivano per colpa delle serpi che lui stesso aveva allevato.

Anzi, non si era ingannato: era stato ingannato!

“Ti sono riconoscente, per avermi aperto gli occhi.”, disse. “ Ora trovati un nascondiglio: tra poco arriveranno i domestici. Quanto a me, sarà meglio che chiarisca alcune cosette con certi nobili, che in questo momento dormono sonni tranquilli come io, me ne accorgo ora, ho fatto ininterrottamente da quando sono nato! Quando avrò rimesso le cose a posto, ti ricompenserò come meriti.”

Marco si addentrò in uno degli armadi grandi come torri, ed il sovrano fece finta di dormire.

Come tutte le mattine, i domestici lo aiutarono, lo vestirono, lo accudirono.

Come al solito la nobiltà lo attendeva, in perfetto ordine. Ma stavolta l’Imperatore li squadrò con sospetto, uno ad uno, e vide il timore dipinto sui loro volti apparentemente impassibili: già dopo l’episodio del muro temevano avesse capito. Non immaginavano quanto.

Arrivò alla fine del corridoio, ma invece di uscire trionfalmente dalla porta decorata d’avorio, si girò di scatto ed scandì “Devo parlarvi, urgentemente. Tutti nella Sala del Consiglio, tra dieci minuti!”. Calò il silenzio, mentre i dignitari si scambiavano occhiate fin troppo significative.

Poi ruppero le righe per adempiere all’ordine.

Dieci minuti dopo erano tutti ai loro posti , nella Sala del Consiglio.

L’araldo annunciò: l’Augusta Maestà Imperiale, Luce della Cina, Supremo…

Non sapremo mai Supremo cosa, perché Egli entrò a passo veloce, zittendo l’araldo. Non era mai successo. Prese posto sul trono, e tutti gli occhi si fissarono su di Lui.

“Ho sempre pensato che il mondo fosse perfetto.”, disse asciutto.

“Ma ora voglio vederlo con i miei occhi. Fate i bagagli: lasciamo la reggia.”

Who-shin-nao, Gran Fedelissimo dell’Impero, chiese, secondo la procedura, di poter parlare.

Gli fu concesso. “Mio Imperatore”, disse, “con tutto il rispetto, è una pazzia: non ha senso abbandonare la reggia. Là fuori non c’è nulla che valga la pena di essere visto.”

“Davvero?”. fu la risposta, “Invece io credo che ci sia molto da chiarire: se davvero il popolo è felice come credevo, se è vero che nessun nemico minaccia i confini, se avete amministrato rettamente le province che vi ho affidato!”

“Non vi fidate della nostra parola?” scattò in piedi Who-shin-nao.

“Partiamo!” urlò l’Imperatore “è un ordine! Osate disobbedire? E ora sedetevi!”

Who-shin-nao rimase in piedi. Scorse con lo sguardo la platea, in silenzio.

“Voi, Imperatore”, disse, “siete un ragazzino che ha capito troppo!”

Sguainò la spada dell’uniforme. L’assemblea scintillò d’acciaio, mentre tutti lo imitavano.

La massa si mosse verso l’Imperatore, che chiamò le guardie. I gendarmi accorsero, lo afferrarono, lo gettarono a terra. Il Gran Fedelissimo si avvicinò. Alzò la spada.

Marco aveva approfittato della confusione per andarsene. Dopo un’oretta di cammino, giunse al muro. Sollevò una botola mimetizzata tra l’erba, e percorse un lungo tunnel.

Arrivato alla fine, sbucò in una baracca. Cinque truci guerrieri mongoli lo attendevano.

“Successo!”, disse semplicemente.

Si travestirono da mercanti, e partirono verso ovest, verso le montagne.

Durante il viaggio Marco osservò le città cinesi, che continuavano tranquilli la loro vita; i fastosi palazzi, i soldati impettiti. Gli sembrava tutto un sogno, che con l’alba si sarebbe disperso.

Il difficile era stato scavare il tunnel. Dopo, sapendo che solo l’imperatore aveva il privilegio di montare un cavallo maschio, era stato facile attirarlo, con un richiamo, fino al Muro, e mettergli sospetto. Così, invece di ucciderlo, lo aveva ascoltato quando si era introdotto nella sua stanza.

Aveva detto solo la verità, ma era meglio di qualunque menzogna: gli orientali non ci erano abituati. L’Impero era un castello di inganni, e stava già crollando dietro di lui.

La morte improvvisa dell’Imperatore avrebbe scatenato una guerra civile devastante per la successione. Aveva studiato abbastanza la storia della Cina per esserne certo. I mongoli avrebbero sfruttato l’occasione per invadere la Cina: le loro armate stavano già affilando le sciabole. Presto ci sarebbe stato un nuovo Imperatore, di cui lui sarebbe stato il favorito; senza contare la ricompensa enorme che avrebbe ricevuto, a cose fatte.

“I cinesi possono tenersi le piantagioni e le miniere”, pensò Marco, “finché noi siamo abbastanza furbi per accaparrarcene il frutto!”

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