INDUBBIO AMLETO

AMLETO, E LA REAZIONE PONDERATA

Di

Cesari Gianluca

Dondi Francesco

 

AMLETO: Cosa mai posso fare? Non vedo alcun’uscita!

Mio padre è stato ucciso, mio zio è l’assassino.

Il furore mi acceca, il sangue vuol vendetta:

l’istinto detta strage; ma tu, ragione, fermalo!

Solo con mente lucida troverò il giusto mezzo.

Se il crudel Claudio uccido, avrò giusta vendetta;

ma la mia sventurata madre farei soffrire.

Non posso anch’io ridurmi a crimini commettere!

Ma non posso neppure non vendicar l’offesa;

accettar qual patrigno questo bieco assassino

e lasciarlo infilare nel letto di mia madre:

così sarei codardo, un figlio snaturato!

Ma ora mi sovvïene del sublime Filosofo,

che maestro fu dei saggi, e che affermò nell’Etica:

“Tra due estremi viziosi, la virtù sta nel mezzo.”

Si, così io farò, devo trovare il modo!

 

(Amleto si reca nel regno delle fate)

 

OBERON: O stanco pellegrino, sarai il benvenuto.

Ma quale è la ragione che fin qui ti conduce?

 

AMLETO: Ragione di sventura mi mena a supplicarti.

Regnano in Danimarca violenza e tradimento:

mio padre, il re, fu ucciso, e ciò vuole vendetta,

ma per questo mi servono, se è tuo voler concedermeli,

una pozion d’amore e un potente veleno,

che però agisca lento, e possa esser fermato.

 

OBERON: Ho pietà dei tuoi guai: quello che chiedi, avrai.

 

(Amleto si reca da Gandalfio, un uomo della stessa età della regina, scapolo, ricco ma non nobile)

 

AMLETO: Gandalfio, fortunato, caro al cielo ed al trono:

delle tue gran virtù è giunta a noi la fama.

Perciò, qual ricompensa, sei atteso al banchetto

che si terrà domani in onor degli sposi.

 

GANDALFIO: Ringrazio Sua Eccellenza per l’onor che m’è fatto.

Non sarò certo ingrato, per quel ch’è in mio potere.

 

AMLETO (a parte): Non immagini certo, come mi servirai!

 

(Amleto parla con i servi prima del banchetto)

 

AMLETO: Servite questi calici a mia madre e Gandalfio;

e questo qui invece, sïa portato al re.

Badate, un solo errore, una sola parola,

e della vostra testa mangeran gli avvoltoi!

Ma per un buon servigio, ottima ricompensa!

 

 (Al banchetto)

 

AMLETO (a parte): Quel che dev’esser, sia: ormai hanno bevuto!

L’altro re è sotto scacco, e non è una metafora;

la sua bella regina non può già più salvarlo!

 

REGINA: Ma cosa mi succede? Trema la mïa voce,

s’arrossano le guance, il cuore batte forte

per una gioia nuova, mai vista, mai udita!

Cos’avrà mai quest’uomo? Che malia può incantarmi?

Quasi non lo vedevo, ora invece i miei occhi

sono attratti su lui da misteriosa forza;

e sopra lui si perdono, e oblio ogni cosa.

O, quanta cortesia esprimono i suoi modi,

qual fine gentilezza sta nelle sue parole!

Ma se anche fosse amore, che cosa potrei fare?

Due uomini ho amato, e ormai non son più nulla.

Per avere il secondo, tollerai l’omicidio:

troverò qualche modo, egli dev’esser mio!

Non posso io resistere alla forza di Amore!

 

GANDALFIO: Cos’è quest’emozione, che mi prende allo stomaco,

mi scorre nelle vene, infiamma la mia mente?

Ero io forse ceco, ero immerso nel sonno,

per non vedere lei, fïore tra le spine,

luce che squarcia il buio, angelo sulla terra?

I suoi biondi capelli, oro sulla sua pelle;

i candidi suoi seni sono dolci colline,

sulla cui sommità si raduna ogni gioia!

A stento il cor trattengo, che verso lei m’attira:

ma…ho forse speranze? Lei è ormäi sposata,

ed anzi è la regina, io non son che un villano!

Vuol burlarsi di me, questo crudele Amore!

 

CLAUDIO: Ma quanto è delizioso questo vinello rosso!

 

REGINA: La luce dei miei occhi volge i suoi verso me!

Oh, quale emozïone! Che cosa posso fare?

 

AMLETO: Madre, se non ti pesa, ritengo sia gentile

far vedere il castello all’ospite Gandalfio.

Ah, ti suggerirei di portarlo in giardino,

che è pieno di fïori, tranquillo…anche romantico…

REGINA: Mio ottimo figliolo, approvo pienamente!

 

REGINA (a parte): Questa è l’occasione! Sola con lui in giardino…

 

AMLETO (a parte): La mamma è sistemata: ora a noi due, Claudio!

Lasciamo che il veleno scorra per il tuo sangue:

bevi, intanto, sta’ allegro, scialacqua il patrimonio!

Stasera farà effetto: allor faremo i conti!

 

(la sera, fuori della stanza di Claudio)

 

POLONIO: Quel che ci dici, Amleto, è del tutto impossibile!

 

LAERTE: Sei bravo a raccontare di misteriosi spettri;

ma non basta a convincerci che non sïa follia.

 

AMLETO: Mille volte vi giuro che quel che ho detto, ho visto;

ma se a me non credete, or crederete al re.

Presto confesserà l’orribil suo delitto:

voi testimonierete la sua confessione.

 

(urlo di Claudio)

 

AMLETO (ai servi sopraggiunti): No, non datevi pena, io soccorrerò il re!

 

AMLETO (a parte): Ecco, il momento è giunto, l’ora della giustizia!

 

(i servi se ne vanno, Amleto, Polonio, Laerte entrano nella stanza)

 

CLAUDIO: Amleto, figlio mio! Presto, chiama un dottore!

Qualche figlio di cane mi ha avvelenato!

 

AMLETO: Dici “figlio di cane”, e non sai di dir bene:

il veleno ha versato colui che chiami figlio.

Frena la fifa, cane, io non intendo ucciderti:

non sono come te. Ho qui con me l’antidoto.

Ma se non vuoi morire, non credi che dovresti

raccontarci d’un altro, cui non lasciasti scelta?

 

CLAUDIO: Io non so niente, nulla! Voi, amici, salvatemi!

 

LAERTE: Non so che cosa dire: o è del tutto impazzito,

oppure ha ragïone: e non so qual sia meglio!

 

POLONIO: Amleto, figlïolo, se la supposizione…

 

AMLETO: Non suppongo, son certo! E costui ben lo sa!

 

CLAUDIO: Aah, che dolore! Muoio! Va bene, hai vinto tu!

Confesserò ogni cosa! Ho ucciso io tuo padre!

Io, con queste mie mani, gli ho versato il veleno!

AMLETO: Ci sono ancora dubbi, miei cari testimoni?

 

POLOLNIO: Sire, sono sconvolto! Come avete potuto?

 

CLAUDIO: Il potere, il potere! L’unica cosa che conta!

Ma ora che ho parlato, fammi bere l’antidoto!

 

AMLETO: Non c’è fretta, assassino: questo veleno è lento.

Certo, soffrirai molto, ma è quello che ti meriti!

Se vuoi che io ti salvi, firma queste due carte.

Con la prima confessi l’omicidio del re.

Con l’altra cedi il trono al legittimo erede.

 

CLAUDIO: Questa è la mïa fine. Ma salverò la pelle.

 

(firma le carte, e beve l’antidoto)

 

AMLETO: Dopo quello che hai fatto, se tu fossi un uomo,

proveresti vergogna e ti nasconderesti.

Ma poiché non lo sei, ed ora io sono il re,

ti condanno all’esilio nella fredda Groenlandia:

fonderai un villaggio, vivrai e morirai

senza mai ritornare: ti crederanno morto.

 

CLAUDIO: L’esilio nel deserto? Una vita da morto!

Capisco un po’ di rabbia, ma questo è eccessivo!

 

AMLETO: Sei tanto sprofondato nel tuo ceco egoismo?

Non sono giusto, è vero: avrei dovuto ucciderti.

Ma ho pietà anche di te. Laggiù sarai pur vivo;

potrai ricominciare, magari anche pentirti.

Polonïo, Laerte, legatelo per bene.

Poi portiamolo fuori dal passaggio segreto.

 

(entrano nel passaggio, e si fermano a metà)

 

AMLETO: Ecco, qui andrà bene: stringete bene i nodi,

che non possa far scherzi. Noi or torniamo indietro.

 

CLAUDIO: Come, mi lasci qui? Mi abbandoni a morire,

in un budello buio, più solo che un cane?

 

AMLETO: Mi par d’averti detto che non intendo ucciderti:

devo fare una cosa, poi tornerò a prenderti.

Creerò un lieto fine, e vale anche per te!

 

(Lo lasciano legato, al buio, e tornano nella stanza.)

 

POLONIO: Ed ora, che farai? Come tener celata

la scomparsa del re?

 

LAERTE:                                   Dobbiam fingerlo morto!

 

POLONIO: E come mai faremo? Siamo gli unici, qui:

i primi sospettati saremo certo noi!

 

AMLETO: Non ci saran sospetti: non sarà un omicidio.

Cercate dei vestiti, facciamone un fantoccio

che sotto le coperte possa sembrare il re.

Poi uscite piangendo: al resto penso io.

 

 (escono gridando e piangendo. I servi accorrono)

 

LAERTE (piangendo): Oh, sventura, sventura su questa trista casa!

 

AMLETO (piangendo): Non ha pietà il destino, non ferma la sua spada!

Potrà darmi altri lutti, dopo quel che m’ha fatto?

Perdere, in breve tempo, ben due padri amatissimi,

non è forse sventura che merita compianto?

Non merita pietà la mia giovane età,

che già viene colpita, nella sua primavera,

da due così tremendi, insensati dolori?

 

SERVO (incredulo): Come può esser successo? Oggi stava benissimo!

 

AMLETO: Studiai di questo male all’università:

è lebbra fulminante, silenziosa e veloce.

È contagïosissima, bisogna bruciar tutto!

 

SERVO: Ne siete proprio certo?

 

AMLETO:                                  La descrisse il Filosofo,

nel libro quindicesimo della Metempsicosi!

 

SERVO: Eh? Nel libro di che?

 

AMLETO:                                  Della Metempsicosi!

Che, vuoi anche discutere, servitore ignorante?

Vuoi forse qualche paio di sapienti frustate?

Bisogna bruciar tutto, e si farà cosi!

 

(Afferra una torcia e la scaglia nella stanza,appiccandovi il fuoco)

 

AMLETO: Va’, compi il tuo dovere, o fuoco incandescente,

o purificatore, fiamma di giustizia:

consuma, annienta il male; taglia la sua radice.

Del nido della vipera rimanga solo cenere!

Sta a noi, da queste ceneri, trarre una nuova vita.

 

AMLETO: (ai servi): Attenti a non lasciare che il fuoco si propaghi,

ma questa impura stanza deve bruciare tutta!

 

AMLETO: (a parte): La stanza non ha colpe, ma il fuoco sia suggello

della fine del vecchio, perché il nuovo fiorisca.

Laerte, mïo fido, va’ a recuperar Claudio,

portalo poi al porto, dagli uomini e provviste;

costringilo a imbarcarsi: che non torni mai più!

 

(così è fatto, e tutto si conclude)

 

AMLETO: E così, tutto è bene, quel che finisce bene!

Mia madre ora è felice, insieme al suo Gandalfio.

Presto si sposeranno, e grazie al mio filtro

avranno un dono raro: l’amore sarà eterno!

Io sono il nuovo re, ed ho avuto vendetta:

vederlo umilïato è rivalsa bastante.

E anch’io mi sposerò, con il mio amore, Ofelia;

e, se non chiedo troppo, credo sarò felice.

Claudio non può tornare, o svelerei il suo inganno;

e in fondo su quell’isola può rifarsi una vita,

magari essere onesto, forse perfin felice.

Ma non dimentichiamo colui dal cui sapere

vien questo lieto fine: grazie mille, Aristotele!

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