Storia in Allegria

Avete mai letto le "interviste Impossibili"? Sono la trascrizione di un programma radiofonico assolutamente geniale di alcuni anni fa, in cui scrittori del presente fingevano di intervistare i grandi del passato. L’intervista ad Attila mi è piciuta, ma mi sono detto che potevo fare di me. E una volta preso dall’ispirazione… ecco cosa è venuto fuori!
(mi  sono preso giusto un poco di libertà storica… come del resto nell’originale)

 

INVIATO: Buongiorno a tutti i nostri ascoltatori nel presente! Oggi il vostro inviato de “la macchina del tempo” è di nuovo con voi per proseguire il racconto degli avvenimenti del V secolo. Ricordiamo che per ovvi motivi non posso portare una telecamera, ma oltre a seguirmi per radio su questa frequenza, potete osservarmi dall’alto grazie alle immagini del drone-telecamera, che trovate sul nostro canale satellitare. Per chi non ci avesse seguito nella puntata di ieri (che, come sapete, potete trovare su Internet), ricordo che abbiamo visitato l’Impero, ormai in disfacimento, nel 472: quattro anni prima della sua caduta. Oggi vi trasmetto invece dal 485, uno dei periodi più bui per l’Europa: l’intero territorio che fu di Roma è ormai in mano ai barbari, ma soprattutto un nuovo terribile pericolo si appressa: Attila. Oggi, grazie alla nostra trasmissione, avrete l’opportunità unica di seguire un’intervista con il tangiù degli Unni, detto anche “Flagello di Dio”. Se saremo fortunati, assisteremo anche al suo incontro con Leone Magno, che secondo il copione lo convincerà ad andarsene. Il conquistatore mi riceverà oggi a Budrio, un paesino presso Bologna, dove è concentrato il suo enorme esercito. O meglio, presso quello che rimane di Bologna, da cui vedo levarsi in lontananza un’alta colonna di fumo. Ovunque guardi, c’è solo deserto: non una casa, non un campo, non un albero verde, non un filo d’erba: solo cenere. Ma sto ora entrando nella tenda del grande condottiero: il momento è solenne!

(voci di unni; grida, risate, colpi, rumore di metallo. L’Inviato si avvicina alla tenda, e le guardie lo fanno passare. Attila è solo, compostamente seduto.)

ATTILA: Buongiorno.

INVIATO: Signor Attila! Mi lasci esprimere la mia gioia nel trovarmi faccia a faccia con uno dei più grandi conquistatori del mondo!

ATTILA: Sono così famoso?

INVIATO: Ma scherza? Chi non conosce le sue gesta? Ma orsù, non perdiamo tempo: so che ha un impero a cui badare! Dunque: mi racconti la sua giovinezza. Come ha fatto a divenire il grande guerriero che è ora?

ATTILA: Tutti noi siamo guerrieri. Quando puoi cavalcare per chilometri e non c’è altro che cavalli, se non fai qualche zuffa non sai proprio come passare il tempo. Io, poi, avrei preferito fare altro. Ma non c’era altro da fare.

INVIATO: Ma come ha fatto a diventare re? Ha dovuto sfidare a duello gli altri pretendenti?

ATTILA: No: ero l’unico che ambisse al trono.

INVIATO: Perché mai?

ATTILA: Ma avete idea di cosa vuol dire essere re? Vuol dire prendersi la responsabilità di decidere dove andare, con chi fare la pace o la guerra, di chi è quel cavallo conteso. E se qualcosa va male, il re è il primo a rimetterci. Certo, può prendersi qualche soddisfazione, tipo veder tutti che si inchinano al suo passaggio. Di solito queste cose bastano alla vanità umana per ambire qualcosa, benché il potere sia alla fine formale, ma in quel periodo non bastava più: eravamo minacciati da una delle tribù più forti della regione. Il re è moralmente obbligato ad esporsi in prima fila, e in caso di sconfitta viene inevitabilmente ucciso: se catturato dai nemici, se scappa dai suoi. E così, senza un re, stavamo per soccombere. Ma non ero mai stato un grande combattente, e non mi sarei mai proposto se non fosse stato per una coincidenza. Quando si verificarono questi eventi, ero appena tornato da un viaggio nelle terre del sud. Vedi, io non sono mai stato violento e arrogante come forse ritenete la maggioranza degli unni. Cioè, lo ero per forza di cose, ma in fondo non ne ero punto soddisfatto. Quando udii un mercante raccontare dello splendore dell’Impero cinese, mi recai immediatamente a visitarlo. Ma mi persi tra le montagne, e rischiai i morire di fame. Più morto che vivo, trovai salvezza in un paese stranissimo: si chiamava Castrum. E i suoi abitanti erano ancora più strani: non ho più rivisto gente così stana fino a che… beh, fino a che non sono giunto qui. Scoprii che erano i discendenti di due legioni partite per l’oriente al seguito di un certo Crasso oltre quattro secoli prima: fatte prigioniere dai nemici, poi liberatesi e fuggite ancora più ad est, si erano stabilite in quel luogo lontanissimo: là da secoli facevano i mercenari per cono della Cina. Mi ospitarono finché non mi fui ristabilito, ma mi sconsigliarono di andare oltre: le truppe cinesi avevano ordine di uccidere qualunque unno, in pace o in guerra che venisse. Ma, mentre recuperavo le forze, mi raccontarono dell’ancora più glorioso impero da cui provenivano: Roma. Mi raccontarono dei suoi templi dorati, delle sue città immense, delle sue gloriose imprese, delle sue leggi, della sua letteratura. Mi parlarono di Roma e di Atene, di Muzio Scevola e Scipione africano,di Terenzio e di Plauto, di Catullo e di Livio Andronico. Allora capii, capii che la mia vocazione non era quella di guerriero: io volevo studiare, volevo comporre poemi! Dimenticata la Cina, mi infiammai per l’idea di raggiungere questo mondo sconosciuto e dorato agli estremi confini dell’universo, per quel che mi pareva.

INVIATO: Dunque?

ATTILA: Capisci che non potevo farcela da solo. Per giungere laggiù, avrei dovuto muovermi come minimo insieme a tutta la mia tribù. Non era un problema tecnico, per dei nomadi, ma come convincerli? Al mio ritorno, però, scoprii che il re era stato ucciso in battaglia, ed il trono era vacante. Avrei potuto voltare il cavallo e fuggire nella steppa, come del resto si preparava a fare il resto della tribù. Ma mi venne un’idea geniale: se fossi diventato re, avrei potuto ordinare di dirigerci ad occidente. Così mi proposi, e guidai i miei cavalieri contro il nemico.

INVIATO: E là avete trascinato i vostri uomini con il vostro coraggio ed il vostro valore, no?

ATTILA: No, ho comandato la battaglia da una collina vicina. Il punto è che in quella scheggia di Roma in Asia avevo trovato un tesoro inestimabile: l’ordine e la disciplina. Perché un gruppuscolo di uomini continuava a costituire un imbattuto baluardo ai confini della Cina? Perché le nostre orde erano completamente disorganizzate: ognuno per se. Io organizzai i miei cavalieri in due serrate quadrate legioni, che penetrarono nell’orda nemica come un sasso nel miele. Poi, tutto venne da sé: mi ripugnava uccidere i nemici vinti, e li graziai; essi mi furono tanto riconoscenti da divenire miei fedelissimi. Il mio potere improvviso spaventava molti, e si formò una coalizione di tribù per fermarmi: ma li sottomisi uno ad uno, sempre grazie alle mie legioni di cavalieri. Ormai potevo contare su un numero mai visto di uomini, senza contare che anche le tribù più lontane si affrettarono a fare atto di sottomissione, per mettersi subito dalla parte dove si spartiscono i bottini. E così potei dare inizio al mio piano iniziale: partire alla volta di Roma. Certo, le mie intenzioni erano e sono pacifiche, ma è chiaro che mantenere un così grande numero di uomini non è facile, e temo di avere causato devastazioni notevoli. Del resto, il mio potere dura finché ci sono bottini: se non ci fossero più prede da spartire, non mi rimarrebbe che il mio cavallo, e un titolo regale più che altro simbolico su una piccola tribù.

INVIATO: Beh, ma non vi sembra di avere esagerato? Ci sarà pure un motivo se vi chiamano “Flagello di Dio”: qui intorno non ho visto che deserto, una desolazione impressionante!

ATTILA: Boh? Non ho idea di chi si stato, anch’io sono rimasto di sasso quando ho visto i campi bruciati, le case distrutte: è questo il famoso Impero Romano? Quanto a me, avrò devastato un pochino, ma mi sembra esagerato chiamarmi “Flagello di Dio”. Ma, un attimo… non è che credono che sia stato io, a causare tutta questa distruzione???

INVIATO: Non sono meno sorpreso di voi: volete dire che non sono stati i vostri soldati a distruggere tutto?

ATTILA: E a che scopo? Anzi, sono molto preoccupato: se questa storia non finisce, non avrò più biada per i cavalli né carne per gli uomini. Che onta sarebbe dovermi ritirare, dopo essere giunto fin quaggiù!

INVIATO: Ma se arrivasse qui un Papa a pregarla di desistere dall’attacco, cosa risponderebbe?

ATTILA: Papa o mamma, nessuno potrebbe convincermi a tornare indietro! E perché dovrebbe volerlo? Te l’ho detto: sono qui solo per visitare Roma, per vedere questo Impero di cui mi hanno parlato tanto tempo fa. Gli assicurerei che non ha nulla da temere, e gli chiederei qual è la strada più breve.

INVIATO: Si, ma… siete sicuro che i vostri compagni siano dello stesso parere? Non devasteranno Roma?

ATTILA: E perché? Lo so che non sembra, ma sono bravi ragazzi.

UNNI (da fuori, urlando a squarciagola): Onore! Donne! Oro! A noi! Roma a fuoco!

                            Viva Attila! Morte ai romani! A Roma! A Roma! A Roma!

(Attila guarda l’Inviato, poi si prende la testa tra le mani)

ATTILA: Cosa ho fatto?! Se prenderò Roma, non ne resterà già pietra su pietra, quando riuscirò a riportare l’ordine! E cosa rimarrà allora, della civiltà che ho tanto desiderato? Cosa serve lasciare il deserto, per fare il deserto altrove? Io sognavo un impero di unni colti, un popolo di cavalieri poeti. Ma ora vedo ciò che era: un sogno. Ma posso forse tornare indietro? Mi sgozzeranno!

INVIATO: Mi spiace deludervi, ma forse siete rimasto un po’ in dietro: l’Impero non esiste più. A Roma pascolano le capre, i templi sono in rovina, e certo non ci sono più né grammatici né poeti. Altri barbari hanno fatto ormai ciò che i vostri uomini desiderano fare.

ATTILA: C…come? L’Impero finito? I templi crollati? I libri bruciati? Tu mi uccidi!

INVIATO: Purtroppo, è così.

ATTILA: Allora non resta che una cosa da fare: andrò a Roma, e renderò omaggio all’Impero che fu tanto grande ma che, solo ora lo scopro, in tutti questi anni non è esistito che nella mia mente. Poi, beh, tornerò ai miei cavalli…

UNNO: Capo, i cavalli scalpitano, e gli uomini di più. Tutto è pronto per l’attacco!

ATTILA: E allora, andiamo!

INVIATO: Gentili ascoltatori, per ora è tutto: riprenderemo il collegamento non appena avremo notizie da comunicarvi!

 

(qualche ora dopo, sull’Appennino. Rumore di galoppo)

 

INVIATO: Buongiorno a tutti: sono di nuovo il vostro inviato nel V secolo, per raccontarvi in diretta gli avvenimenti dell’invasione unna dell’Italia. Dopo esserci messi in cammino, con l’intero esercito unno che, vi ricordo, potete osservare in tutto il suo splendore sul nostro canale satellitare, ci stiamo inerpicando sull’Appennino, in direzione di Firenze. Passato il crinale, improvvisamente la devastazione è cessata, e gli alberi quasi ci sbarrano il passo. L’unico passaggio è una strada romana stranamente in ottime condizioni, in cui dobbiamo procedere in stretta fila, ma che ci velocizza il passo: entro domani saremo a Roma. Poiché però, dopo l’incontro con Leone Magno, la mia missione sarà finita, ho deciso di utilizzare questo tempo per porre alcune altre domande al tangiù Attila.

ATTILA: Dica. Nelle praterie ognuno cavalca da solo, o comunque in silenzio: solitamente siamo un po’ freddi… sarà l’avere –20°C sei mesi l’anno! Non può immaginare quanto sia noioso; perciò sono felice di avere qualcuno con cui parlare.

INVIATO: Questa è una domanda che sta molto a cuore ai nostri ascoltatori: com’è la condizione della donna, nella vostra società?

ATTILA: Beh, è presto detto: le donne non combattono, non lavorano, non parlano nell’assemblea, non escono praticamente mai di casa. Al massimo raccolgono bacche, o filano.

INVIATO: Insomma, anche da voi sono in posizione subordinata…

ATTILA: Subordinata?!? Ma se hanno tutte le fortune: non rischiano la vita a cavallo, non si spaccano la schiena sotto il sole e sotto la pioggia, non rischiano di cadere in agguati nella foresta. No, loro stanno al caldo, servite e riverite; se il campo è conquistato gli uomini sono uccisi, loro entrano a far parte della tribù vincitrice: sono troppo importanti, sono loro che fanno i figli. E nelle loro chiacchiere si decide più che in consiglio. Talvolta ho desiderato essere nato donna… e in vece eccomi qui, guerriero e conquistatore. Bizzarra la vita, no? Ma… cosa diavolo succede?!

(Fucilate. Nitriti. Grida. Confusione e panico generale)

INVIATO: Una cosa incredibile, gentili ascoltatori! Siamo stati attaccati…a fucilate! Nel V secolo! Non temete per la mia incolumità: il mio cavallo è stato abbattuto, ma il suo cadavere dovrebbe proteggermi. Intanto l’esercito di Attila è nel panico: i cavalli sono imbizzarriti, i cavalieri feriti e terrorizzati, e non vediamo ancora da che direzione ci attaccano! Attila è riuscito a rimanere in sella, ma la sua situazione è disperata. Ma come è possibile tutto ciò? Restate in attesa, e vi sveleremo anche questo mistero!

ATTILA: Cavalieri! Non fatevi prendere dal panico! Calmate i cavalli, e galoppate a zig-zag! Stanateli! Possiamo ancora farcelaaah!

(Nuova scarica di fucilate)

INVIATO: Attila è caduto! Il suo esercito è in rotta disordinata! Ma… qualcuno emerge dalla foresta. Stanno uscendo allo scoperto, e sono migliaia! Sono… non ci posso credere: legionari romani armati di spade… e archibugi! Stanno sbaragliando gli Unni, che senza cavallo non valgono nulla. Ma non è possibile! L’Impero è caduto! Dovrebbe, essere caduto!

LEGIONARIO: Caduto sarai tu, barbaro, se non ti arrendi!

INVIATO: Mi arrendo, mi arrendo! Ho capito che quella spada è ben affilata, non c’è bisogno di spingere!

LEGIONARI: Vittoria! Vittoria! Vittoria! Attila è prigioniero! Gloria a Roma! Viva l’Imperatore!

INVIATO: La situazione prende pieghe del tutto impreviste. Vi terremo aggiornati. Ah, rassicuratevi: Attila è ferito, ma non sembra grave; non temete per la sua salute. Vi aspetto presto, sempre su questa frequenza!

 

(il giorno successivo)

 

INVIATO: Riprendiamo il collegamento dal V secolo per informarvi degli ultimi avvenimenti. Per tutta la notte abbiamo cavalcato, ed ora siamo giunti alle porte di Roma. Io mi stupivo per le vigne curate, le strade affollate di mercanti, le città popolose nel pieno del periodo più buio della Storia. Ma ecco che qui trovo una metropoli viva ed attiva, fitta di cantieri e di mercanti! La folla si divide al nostro passaggio, ed i bambini ci additano curiosi. Ma, cosa succede? Un cavaliere viene avanti dall’altra estremità della via: sembra un uomo sui trent’anni, ed indossa un lungo mantello di porpora.

CENTURIONE: Ave, Cesare! I terribili unni, su cui tante terrificanti leggende erano fiorite, io li ho sconfitti; e li consegno alla Vostra Maestà. La minaccia era terribile; ma il popolo tutto si è mobilitato per salvare Roma. I contadini della pianura Padana sono arrivati a bruciare spontaneamente i propri campi e le case; sacrificandosi per non lasciare al nemico neppure un tetto sulla testa, od un pugno di grano. Poi sono corsi in massa ad arruolarsi volontari. Io ho atteso il nemico sull’Appennino, ed astutamente ho teso loro un agguato nel bosco. La battaglia, che ho diretto in prima linea, è stata il trionfo del valore dei soldati romani sulla barbarie, e…

ROMOLO: Sono felice che la minaccia sia stata sventata, ma… bruciare la pianura! Un agguato nel bosco! E che bisogno c’era di portarmeli fin qui? Mi sembra che stiate facendo tanto rumore per nulla. Ad ogni modo, ormai che li avete portati qui date loro un podere in Sicilia da coltivare: impareranno presto che conviene rigare dritto, e diverranno ottimi cittadini.

CENTURIONE: Ma questi sono i terribili Unni, guidati dal leggendario Attila!

ROMOLO: E con ciò? Chi eri, centurione, fino a due anni fa?

CENTURIONE: Ero… ero un guerriero visigoto.

ROMOLO: E dunque? Ad ogni modo, fatemi parlare con questo Attila.

ATTILA: Eccomi. Non credo vi sia molto da dire. Mi avete sconfitto: uccidetemi.

ROMOLO: Uccidervi? E perché? Signor Attila, mi sono giunte numerose voci che magnificavano il vostro coraggio ed il vostro valore. Sarei felice di farvi generale dell’Impero. Sempre che non siate contrario.

ATTILA: Io non so cosa dire: ho sempre ammirato la vostra civiltà; e se mossi verso di essa non fu per volontà di distruggere, ma per vedere con i miei occhi il suo splendore. Certo, poi le circostanze mi posero a capo di un immenso esercito in armi… Ma ora è per me una gioia immensa rimettermi alla vostra benevolenza.

CENTURIONE: Bella commedia!

ROMOLO: Tacete, e liberatelo: oggi sarà mio ospite, a palazzo.

INVIATO: Ora l’Imperatore cavalca lungo la lunga fila dei prigionieri. Percorre con lo sguardo la lunga fila di nemici vinti. Ma qualcosa ha attirato la sua attenzione, non capisco cosa.  E si sta fermando… qui?

ROMOLO: Ehilà! Non si salutano più i vecchi amici?

INVIATO: Ehm, io non credo di potermi gloriare della Vostra augusta amicizia…

ROMOLO: Non ricordi? Per me sono passati tredici anni; ma credo che per te siano stati pochi giorni. Ancora non ricordi? Anno 472, Ravenna minacciata dai barbari, ed un imperatore giovane ed inesperto…

INVIATO: Tu… tu sei Romolo? Romolo Augustolo?

ROMOLO: Così pare.

INVIATO: E sei ancora imperatore… un’altra stranezza! Allora, forse potrai finalmente spiegarmi perché il passato è cambiato, e Roma non è caduta! O forse, neppure tu lo sai?

ROMOLO: Certo che lo so! Mi sembra ovvio: è colpa tua!

INVIATO: Mia?

ROMOLO: Colpa, o meglio merito, tuo. Ricordi quando ti materializzasti, cedo per caso, proprio di fronte a me? La scusa di essere un mago non mi convinse, e fosti costretto a rivelarmi quello che eri: un viaggiatore del tempo, un Inviato dal futuro. Quando lo seppi, capii che eri la mia unica speranza. Fui nei tuoi confronti quanto più amichevole un uomo possa esserlo. Saputa la tua missione, ti fornii una falsa identità credibile, ti mostrai Roma, ti descrissi in ogni particolare la vita dell’Impero, ti accompagnai ovunque tu dovessi andare, anche trascurando gli affari di governo. Ti ospitai ai miei banchetti, ti concessi di assistere ad una seduta del Senato e di discutere con i senatori, ti presentai al Papa. Sarà venuto magnifico il servizio, nevvero? Una sola cosa ti chiesi: raccontarmi il tuo mondo. Curiosità comprensibile; e non avrai avuto cuore di negarlo a chi ti stava facendo tanti favori, e che entro pochi anni sarebbe perito di spada. Così, ho appreso del medioevo, del rinascimento, dell’Illuminismo, dell’età che voi chiamate “contemporanea”; ho saputo dei feudi, dei comuni, degli stati nazionali; delle guerre e delle rivolte, delle invasioni e delle colonie in altri continenti. Ho saputo il futuro della politica, dell’economia, della scienza, fino ai giorni vostri. E ho capito cosa non andava nel mio Impero. Il potere era concentrato nelle mani di pochi latifondisti, con pochissimo interesse al progresso dell’economia; mentre la maggioranza della popolazione era o schiava, di nome se non di fatto, e focolaio di ribellioni; oppure era proletariato disperato che viveva della carità e delle distribuzioni di grano, costituendo unicamente un peso. Così, ho fatto l’unica cosa possibile: ho ritirato il poco di esercito ancora a me fedele dalle province, oramai indifendibili, ed ho marciato su Roma. Ho massacrato i Senatori; ho nazionalizzato le terre, ho confiscato le ricchezze. Quindi ho sospeso le distribuzioni gratuite di grano, ma in cambio ho concesso le terre ai poveri in cambio di una modesta percentuale del raccolto. Passando da una coltivazione estensiva ad una intensiva, e grazie alle nuove tecniche che mi hai insegnato come la rotazione triennale, la produzione agricola è quadruplicata. Poi ho riorganizzato lo stato: ho rinunciato alle terre d’Oltralpe; assegnandole ufficialmente a questo o questo o quel condottiero barbaro, in modo tale da creare un perfetto equilibrio di forze, che li tenesse occupati tra loro. Quindi ho trasformato l’Impero in una federazione di comuni, dotati di un parlamento autonomo eletto a suffragio universale, ma sottoposti all’autorità dell’Imperatore (a cui rimane il comando dell’esercito), e del Senato, ora formato dai rappresentanti delle varie città. Poi sono ritornato all’economia: ho creato la Banca di Roma, dove chiunque poteva depositare il proprio denaro o chiedere prestiti per iniziare un’impresa commerciale. Creai anche la Borsa, dove chiunque poteva capitalizzare la propria azienda ed emettere obbligazioni. Si cominciò con imprese a capitale prevalentemente pubblico; ma presto una nuova classe imprenditoriale emerse, e cominciò a fare il proprio dovere: arricchirsi, ed arricchire lo stato a cui paga le tasse. Uno dei primi risultati fu la creazione di un’imponente flotta mercantile: come ai tempi della guerra contro Cartagine, le città del sud portarono le conoscenze, e Roma ci mise l’oro. In poco tempo furono ristabilite regolari linee tra l’Impero d’Oriente ed il Mediterraneo Occidentale: non solo i romani, ma anche i barbari, ormai definitivamente stabilitesi nelle proprie terre, richiedevano sempre maggiori quantità di prodotti di lusso. Il successo fu tale, che molti feudatari barbari trovarono più conveniente vendere il loro feudo, depositare i soldi nella nostra banca, e vivere di rendita. La nostra banca, a questo punto, presta a cittadini fedeli a Roma il denaro necessario per acquistare quelle terre. Grazie ala coltivazione intensiva e alle tecniche agricole del futuro, la produttività è tale da consentire loro di pagare gli interessi del debito alla banca di Roma, le tasse al governo di Roma, e vivere più che decorosamente. I nobili, ormai abbandonati i loro feudi, si sono raccolti attorno alle corti dei sovrani, ansiosi di fare la bella vita, e di fare a gara nell’esibire la propria ricchezza. Questo da una parte ha aumentato la richiesta, per i nostri mercanti, di beni di lusso; dall’altra ha portato i nobili a spendere anche più di quello che potevano, finendo per indebitarsi. Con la nostra banca, ovviamente. E infine, un ultimo colpo di genio: diventati cortigiani, i terribili guerrieri non avevano più alcuna voglia di fare i soldati. Gli eserciti hanno dunque cominciato ad essere formati soltanto da mercenari: ma i mercenari vogliono essere pagati. E chi fornisce i soldi? Noi! Così li teniamo per la gola: chi non ci va a genio, non avrà i soldi; chi non obbedisce, sarà schiacciato dai propri vicini, senza neppure bisogno di un nostro intervento diretto. E, naturalmente, ora l’esercito di Roma è il più forte del mondo: forse avrai notato gli archibugi; ma non sono che una delle meraviglie tecnologiche che ho importato dal futuro. Non è stato facile ricostruirle sulla base delle tue descrizioni, ma ce l’abbiamo fatta. Credo che mi saranno molto utili, ora: dopo che avrò portato a compimento il progetto di ricongiungimento dei due Imperi, d’Oriente e d’Occidente, gli stati barbari cadranno in un soffio. E questo è il meno grazie alle tue descrizioni, le mie caravelle hanno da poco raggiunto l’India, la Cina, l’America; ed è in corso un tentativo di ciurmnavigazione del globo. Da quanto hai detto, c’è da guadagnarci parecchio… Ma cos’hai? Ti vedo pallido!

INVIATO: Io… sono stato io…

ROMOLO: Eh, si. Tutta Roma ti è riconoscente. Il tuo monumento non è ancora finito, ma presto te lo mostrerò.

INVIATO: Ma non doveva succedere! E la coerenza storica?

ROMOLO: Guarda che, secondo la tua storia, io sono già morto. Perché io dovrei salvarla, se lei mi condanna?

INVIATO: Beh, cari ascoltatori, questa linea temporale non sembra neppure male… credo che dovremo rassegnarci. Ma… a questo punto, sono io che vorrei sentire voi! Chissà quante cose sono cambiate! Come sarà diventato il presente? Ci saranno state le Guerre Mondiali? O magari c’è un Impero universale? Devo sapere! Pronto, regia, mi sentite? Mi sentite? Pronto???

REGIA: crr…vzzz…

INVIATO: Non capisco! Non risponde nessuno!

ROMOLO: Mi pare evidente: essendo cambiato il futuro, non sei mai venuto nel passato… perciò, nessuno ti aspetta, nessuno sa che sei qui.

INVIATO: Se non sono mai tornato nel passato… perché sono qui?

ROMOLO: Evidentemente, a partire dal momento in cui la macchina del tempo nel tuo tempo ti ha tolto dall’anno in cui hai cambiato il mondo, il 472, a questo, ha creato una cesura tra la storia “normale” e questa. Ora i due rami sono nettamente separati, e… la tua macchina del tempo è dall’altra parte.

INVIATO: E io… sono bloccato qui?

ROMOLO: Esattamente. Ma non preoccuparti: sarai mio ospite! In fondo, mi sarai utilissimo. I miei tecnici hanno appena messo a punto un motore a carbone (arriverà anche quello elettrico, comunque, è questione di mesi): devi assolutamente aiutarmi nella progettazione della Linea Milano-Roma-Palermo, con il ponte sullo stretto! E poi… non siamo ancora riusciti a trovare un metodo efficiente per la produzione di alluminio: tu lo conoscerai certamente! E certo sai come fecero gli spagnoli ad assoggettare gli americani: ti voglio a capo della flotta che sto allestendo! Eh, no, carissimo, tu non parti: mi sei troppo utile! Del resto, ti tratterò con tutti i riguardi.

INVIATO: Beh, è un grande onore essere il favorito dell’Imperatore. Forse c’è chi pagherebbe per essere al mio posto… ma… VOGLIO TORNARE A CASA! AIUTATEMI…

 

 
 
 

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