La Cicala e la Formica

Questa storia mi è venuta in mente un sabato sera, mentre camminavo da solo tra le srade semideserte di Bologna a mezzanotte.

"Venuta" è il termine giusto: non so proprio da dove salti fuori, me la sono trovata in testa e mi è piaciuta.

Spero piaccia anche a voi!

 

Il bosco sembrava immobile e silenzioso, quel bel mattino di primavera.

Solo a chi avesse guardato più attentamente, si sarebbe rivelato l’infinito intreccio di vite che incessantemente lo animano.

Laggiù, se ci fate caso, una foglia sembra muoversi da sola. Guardate meglio: è una piccola Formica, da pochi mesi uscita dallo stato di larva ed ammessa nel faticoso mondo degli adulti, che arranca con le sue sei zampette, trasportando un carico molto più pesante di lei; piccola goccia del fiume che dai quattro angoli del bosco converge verso il Formicaio.

Poco più lontano, un ciuffo d’erba sembra cantare la sua gioia di ondeggiare al vento, cullato dalla brezza del mattino; a cantare è in realtà una verde Cicala, che nel ciuffo trova, non meno che nascondiglio, ispirazione per dare voce alla gioia di vivere del creato.

Ma, guarda un po’, quel ciuffo d’erba è proprio sulla traiettoria della Formica. Volete scommettere che si incontrano? Ma certo che si incontrano; e sentite un po’ cosa si dicono.

“Ma tu”, esordì la Formica, “che animale sei? Non ti ho mai visto!”. Era molto giovane, come vi ho detto, e inesperta. “Sono una Cicala”, rispose la Cicala, ed aggiunse, “E tu?”

Lo aggiunse per cortesia e per amore della simmetria, poiché in effetti l’aveva riconosciuta.

“Sono una Formica”, rispose la Formica. “Ma”, proseguì, “ora che ci penso, ci hanno parlato spesso delle cicale, quando eravamo larve: voi siete le più inette, sfaccendate ed inutili creature che il bosco… ops! Scusa, non mi ero resa conto…” “Fa niente”, sorrise la Cicala, “ci sono abituata.” “Ma, fammi capire: è vero o no che voi non fate nulla tutto il giorno?” “Come sarebbe a dire? Noi cantiamo! Ti sembra poco?” “Ma cantare è inutile, lo sanno tutti! Cosa fate per vivere, intendo!” “Non so tu, ma io non potrei proprio vivere senza cantare! Per dormire basta rannicchiarsi sotto una foglia, e per mangiare mi arrangio: il bosco è pieno di cose buone.” “Ma quando verrà l’inverno, e tutto sarà coperto di neve, senza un nido ed una provvista di cibo, come farai?” “Vedrò.”

“Oh, te lo dico io cosa farai: morirai di fame e di freddo, se non cambi stile di vita subito!

Noi, invece, che avremo lavorato tutto l’anno, ce ne staremo al caldo e ben pasciute nel nostro grande Formicaio: libere finalmente dalle incombenze, abolito il lavoro, faremo feste e danze giochi e banchetti tutto il giorno… e forse potremo finalmente gettare uno sguardo reverente sulla nostra amata Regina, ed esprimerle di persona con le parole l’infinita devozione che ora le mostriamo con il nostro lavoro! Non è forse questa la più grande delle gioie, qualcosa per cui vale la pena di sudare e lavorare adesso?”

“Vedremo”, si limitò a dire la Cicala, e volò via.

La Formica, mentre si allontanava con il suo pesante fardello, la sentì in lontananza ricominciare il suo canto.

Passarono così i mesi, la Formica sempre lavorando con costanza e tenacia, la Cicala sempre cantando con la miglior spensieratezza del mondo. E cos’ l’estate passò, e l’autunno la seguì.

L’inverno giunse infine, ricoprendo il bosco con il suo freddo e grigio velo. E mentre i bianchi fiocchi cadevano lenti, gli alberi lasciavano cadere le ultime foglie avvizzite, i mammiferi si rintanavano nelle loro tane per abbandonarsi al letargo, gli insetti scomparivano sotto la terra; tutti mettevano in atto ciò che avevano lungamente preparato per difendesi dal grande freddo.

Tutti, tranne la Cicala.

La Formica, mentre come le compagne stava cercando tra la neve le ultime tracce di cibo da mettere nei magazzini, prima che il Formicaio chiudesse definitivamente le sue porte all’inverno, la vide: semistordita, seduta rannicchiata contro un albero nel vano tentativo di trattenere un po’ il calore, con in mano un unico chicco di grano.

Impietosita, non poté impedirsi dall’avvicinarla. “Mi dispiace proprio che tu debba morire.”, disse, benché quasi certa che la Cicala non fosse neppure più in grado di sentirla, “Lo so che quel chicco è tutto ciò che ti rimane da mangiare, e anche se così non fosse, il freddo non perdona. Vorrei quasi poterti aiutare, ma è assolutamente proibito sottrarre cibo al Formicaio… e in fondo è giusto che tu muoia: te lo sei meritata, per non aver…” “Cosa stavi dicendo?”, la interruppe la Cicala.

La Formica era stupita quasi come se avesse sentito parlare una foglia secca. “Tu… non sei moribonda?” “No, e perché dovrei?”, ribatté la Cicala, stiracchiandosi, “certo, sono morta di sonno… quella di ieri è stata una bella festa, ma ho fatto decisamente tardi. Ti ringrazio per avermi svegliato, dovrebbe arrivare tra poco.” “Ma allora non è vero che non hai da mangiare e da riscaldarti! E… cos’è che dovrebbe arrivare?” “Ma si che non ho nulla per ripararmi né per mangiare: ma ho questo chicco.”

“E con un chicco speri di tirare avanti tutto l’inverno?” “Ma cos’hai capito… guarda: arriva!”

La Formica guardò, e una grossa Rondine planò proprio in mezzo a loro. “Biglietto, prego!”, disse alla Cicala. Quella le porse il chicco, che la Rondine obliterò, ops, ingoiò immediatamente; poi abbassò l’ala, come passerella per permettere alla Cicala di montare in groppa.

“Tu hai vissuto un anno in attesa della ricompensa finale”, disse la Cicala sistemandosi tra le piume soffici, “e per la festa futura hai speso ogni tuo tempo ed energia. Per me, la vita è stata già una festa.

Ed ora la festa continua: grazie al mio bel canto, sono stata assunta da un grande albergo delle isole Capo Verde per allietare i turisti. Non mi danno che vitto e alloggio, ma cosa può pagare il sole, il mare, la sinfonia continua delle onde?”

In quella, la Rondine prese il volo.

“Africa, aspettami, arrivo!”, gridò la Cicala, mentre la Formica rimaneva a guardarla scomparire nel cielo, verso il Sud.

Era attonita. Ma si consolava. “Per me la festa inizia adesso”, pensava, “e l’averla lungamente attesa la renderà infinitamente più preziosa dell’inutile spensieratezza della Cicala.”

Mentre così pensava, un lampo di luce ferì i suoi occhietti composti. Spaventata, si girò, e capì di essere stata abbagliata da Distintivo. Scenografico ma inutile, visto che le Formiche Soldato si riconoscevano a colpo d’occhio: pesanti cinque volte le altre, con mascelle forti e squadrate, zampe e antenne più corte in proporzione, ma più tozze.

“Cosa ci fai qui, Cittadina? Tutte all’adunata, è l’ordine: il Formicaio non aspetta!”

“Figuriamoci se lo faccio aspettare: adesso comincia il Bello!” “Quale bello, Cittadina?” “Ma come quale? Balleremo, canteremo, ci racconteremo storie, mangeremo a sazietà… e poi potremo finalmente vedere la nostra amata Regina! E ti sembra poco?” “Queste sono leggende”, troncò il Soldato, “Si diffondono talvolta, tra i giovani che non conoscono la realtà. A tutti piace illudersi di aver qualcosa da sperare, e per i giovani illudersi è concesso. L’ordine è di non disilluderli, perché si ritiene che queste leggende favoriscano un più entusiastico e proficuo inserimento nel mondo del lavoro. Ma vedrai presto che l’inverno si lavora come d’estate. C’è da restaurare ed ampliare il Formicaio, curare le larve, mietere i funghi nelle camere più profonde…” “Si, ma non è possibile che questi lavori prendano 20 ore al giorno come in estate! Ci sarà pure il tempo di divertirsi!” “La Regina è al corrente del fatto che potrebbero avanzare diverse ore al giorno; al fine appunto di evitare il pericolo che i suoi sudditi indulgano all’ozio, provvede ad organizzare numerosi corsi di aggiornamento professionale, quali: “Afidicoltura: tutti i segreti”, “Foglie e Germogli: trovare i migliori è una scienza!” “Efficienza: come lavorare sempre di più.” “Funghi commestibili: questi sconosciuti” “Uova e Larve: diventate la balia perfetta!”, e molti altri… e se avanzasse ancora tempo, ci sono corsi obbligatori di ginnastica, e le esercitazioni della Milizia Popolare Ausiliaria. Come vedi, non c’è proprio pericolo di annoiarsi! E in questo modo giungeremo alla primavera non impigriti dall’ozio, ma anzi temprati, e pronti a ricominciare con entusiasmo il nostro duro lavoro.” “Ma almeno… almeno potremo vedere la Regina!” “La Regina! Assolutamente no! La tradizione è inflessibile: la Regina non può uscire dalla sua stanza per tutta la vita, eccezion fatta per l’unico volo nuziale. E gli è fatto divieto assoluto di conoscere personalmente i suoi sudditi, eccezion fatta per le poche formiche adibite unicamente al suo servizio. Altrimenti, come potrebbe essere veramente imparziale? Se, per il bene della comunità, si dovesse sacrificare la vita di metà di noi, non dovrebbe essere perfettamente libera da preferenze personali per decidere in lucida freddezza?” Si fermò: si era accorto solo ora che la piccola Formica lo guardava con sguardo assente, paralizzata dall’enormità della delusione.

“Su, su!”, le disse, scuotendola con la robusta zampa, “è una vita dura, lo so, fatta di stenti e fatica, ma dobbiamo sopportarla: pensa al Formicaio che il nostro lavoro rende sempre più potente e glorioso, pensa alle nuove generazioni di formiche che grazie a noi cresceranno sane e forti!”

“Si”, ribatté la formichina, riscossasi, “ma è solo il Formicaio che ne avrà un vantaggio! Le nuove generazioni crescono sane e forti per poter sopportare un’altra vita di stenti e fatica come la nostra; e questo…” “…perché una nuova generazione ancora cresca sana e forte, e possa sopportare un’altra vita di stenti…” “…e fatica: e così via, per l’eternità! Ma… e noi? Ed io?”

“Questo è egoismo!”, sentenziò il Soldato, “il più grave reato contemplato dal nostro Codice! Lo sai o no che potrei denunciarti, e potresti essere condannata all’esilio, o a morte per questa frase?” “Io… ma…” “Tuttavia, non lo farò. Sai”, aggiunse sospirando, “anch’io una volta mi facevo di queste domande, quando avevo qualche anno in meno, e molti grilli di più per la testa. Ma poi ho imparato, e sono certo che anche tu riuscirai a diventare una buona Cittadina come tutte.

Basta semplicemente che ti lanci nel lavoro con tutte le tue forze: vedrai che in breve riuscirai a smettere di pensare troppo!

Ma ora andiamo, siamo in ritardo: sai bene che, se arriviamo dopo la chiusura delle porte, nessuno si farà scrupolo di lasciarci fuori a morire di freddo. Avanti, Marsh!”

La Formica si avviò verso il Formicaio, e presto si sarebbe confusa con il mare di punti neri che nella neve, dai quattro punti cardinali, convergevano verso di esso, come catturati da una forza invisibile.

Si sarebbe adeguata a quella vita, lo sapeva. Tutte si erano adeguate.

Eppure, per quanto si sforzasse, non le riuscì mai di trovarla giusta.

Informazioni su francescodondi

Qui il mio curriculum online. "nerd score"
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Una risposta a La Cicala e la Formica

  1. sofia ha detto:

    beh … è la classica un pò rivista no? ih!!
    Bella comunque ^_^
     
    baci a presto!

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