IO?

Ieri dopo lo spettacolo, come sempre, c’è stata la cena degli attori da Pinterrè. E come da tradizione, durante la cena, gli addii dei ragazzi e delle ragazze di quinta, per i quali questo era l’ultimo spettacolo con il nostro gruppo.

Quest’anno è stato il turno di Gianmarco, Viola, Sabrina, Gugliemo: persone stupende di cui certo sentiremo la mancanza l’anno prossimo…mi dispiace in particolare di aver avuto poco tempo per conoscere Guglielmo, che da persona speciale qual è, si è iscritto a teatro proprio in quinta.

 

è stato un momento estremamente commovente. Ognuno di coloro che stanno per lasciarci ha avuto parole di sconfinato entusiasmo per ciò che abbiamo vissuto insieme in questi anni, e di infiniti ringraziamenti per tutti e ciascuno di noi. Tanto che sarebbero sembrati discorsi iperbolici, se non fosse stato del tutto limpido che venivano proprio dal cuore.

Alla fine, metà della tavolata era in lacrime -al punto che qualcuno ha esclamato: “ma perché vogliamo farci del male tutti gli anni? Troppo tristi gli addii!”-. Oggi poi, anche la mia “collega” mi ha confessato: “Io di solito faccio la dura… ma ieri mi sono davvero commossa!”; e ciò, nonostante sia dei nuovi, e li conosca dunque da un solo anno.

 

Ma, direbbe Amleto, "questo è il problema!". Che io, che pure sono entrato subito dopo di loro nel gruppo, conoscendoli dunque da ben quattro anni -una vita- ed avendo vissuto con loro tre spettacoli meravigliosi, io non ero commosso.

Certo, mi dispiaceva che se ne andassero, e per quanto possibile mi sono uniformato al generale stato d’animo agrodolce dell’addio: ma neppure volendo avrei potuto versare una lacrima.

 

La cosa è sembrata strana a me per primo, al punto da spingermi a riflettervi con molto maggiore attenzione di quanto in generale rifletta su ogni cosa. Gli interrogativi sono pesanti: non sono io affezionato a loro? sono così privo di sensibilità?

 

Alla fine, la risposta che in quella sera ho trovato, tornando a casa, si può sintetizzare chiedendo in prestito una battuta alla Regina di Amleto: “Se è cosa comune, perché ti sembra speciale?”

 

Voglio dire: ogni anno, fino almeno da cinque anni dopo la fondazione del gruppo, ci sono stati ragazzi che, raggiunta la quinta, ci hanno lasciato, ed altri ce ne saranno in futuro finché il gruppo durerà (e tra gli altri potrei ricordare me stesso, essendo io in quarta…).

Senza contare che si sapeva benissimo che gli addii sarebbero stati quella sera, e di chi: in effetti, io ricordo che già alla fine della terza mi dispiacevo che Viola, Sabba, Gianma, Enrico e Powns, passando dalla quarta alla quinta, l’anno dopo ci avrebbero abbandonato.

Vero è che poi Enrico ci ha abbandonato prima del tempo -della sua dipartita ci siamo doluti sì, ma senza pianti- ; e la Powns invece, per sfortuna generale ma fortuna particolare, rimarrà: forse si potrebbe più gioire per questa inaspettata permanenza piuttosto che dolersi di una dipartita comunque necessaria, alla cui idea l’animo aveva avuto il tempo di abituarsi.

Senza dimenticare chiaramente i nuovi, che se non sono per ora paragonabili come amici e come attori a coloro che ci lasciano, hanno, confido, le carte per diventarlo presto: la vita continua.

E naturalmente, se la nostra amicizia è vera, non si fermerà certo perché non faremo più spettacoli insieme (e c’è ancora la replica!).

 

Tuttavia, in effetti, ho notato che in generale io tendo sistematicamente e praticamente in automatico a razionalizzare i sentimenti e ad adottare un atteggiamento “ne quid nimis”: a me piace teatro perché è meraviglioso recitare, perché impegnarmi nell’entrare in famosi testi per recitarli espande i miei orizzonti letterari e non solo, e non ultimo -anzi direi primo- perché ho trovato un gruppo eccezionale in cui posso trovarmi meglio che da qualunque altra parte: sicché, sarei oggettivamente uno stupido se volessi andarmene.

Tuttavia, se per qualche inevitabile motivo dovessi lasciare teatro non credo che ne farei un dramma, come suppongo non lo farò quando comunque lo lascerò per senescenza, tra 364 giorni.

(questo apre un sottoproblema: che cosa dirò? Nulla di ciò che potrei dire, anche preparandomi in anticipo, potrebbe essere confrontabile con ciò che è stato detto ieri.)

Solo ieri mi sono reso conto pienamente di quanto poco questo atteggiamento sia simile a quello comune.

 

Comunque però, concedetemelo, anche questo ha un suo senso. Ma guardate un po’ cosa è andato a succedere oggi!

 

Eravamo in aula di chimica a vedere una puntata di Super quark con Piero Angela, che raccontava di Albert Einstein: un racconto piuttosto interessante della sua vita, da quando era un bambino che non andava tanto bene a scuola e a cui la madre dava lezioni di violino, all’ideazione delle sue rivoluzionarie teorie in un anonimo ufficio, alla fama internazionale cui lui rispondeva con la sua inesauribile simpatia ed allegria, alle delusioni degli ultimi anni quando, novello Don Chisciotte, ha tentato inascoltato di opporsi come scienziato alla sconvolgente teoria dei quanti e soprattutto, fedele fino all’ultimo al proprio animo pacifista, alla minaccia di distruzione atomica in cui il mondo era in quegli anni sprofondato (e per ironia della sorte, né la teoria dei quanti né la bomba atomica avrebbero forse visto la luce senza di lui).

 

Nell’ultima scena, una voce leggeva le lettere che i bambini di tutto il mondo gli spedivano; una di esse recitava: “Caro Einstein, sono venuto a sapere che esisti leggendo un fumetto. Avrei voluto scriverti prima, ma ho scoperto solo ora che sei ancora vivo: credevo che tu fossi un personaggio del diciottesimo secolo.” E la risposta: “Mio caro, innanzitutto, mi scuso con te per essere ancora vivo. Ti assicuro che porrò rimedio anche a questo. Tuo, Albert.”.

Ed intanto, con tenerezza, prendeva il violino che aveva suonato tanti anni prima, da bambino; tentava di suonarlo, ma ogni volta la nota veniva stonata: allora, triste, riponeva lo strumento.

 

Ebbene, questo mi ha creato una malinconia, una commozione infinita. Non ho pianto perché non era opportuno: ma ero certamente nello stato d’animo per farlo, solo che l’avessi permesso.

Tornato poi a casa, quell’immagine ha continuato a presentarsi alla mia mente: e sempre accompagnata da questa stessa emozione, come se fossero ormai indissolubilmente legate nella mia mente. Finché ora, scrivendo queste righe (io sento sempre più intensamente le emozioni se ne scrivo piuttosto che se le vivo), mi sono praticamente sciolto in lacrime.

Ora, superato lo scoglio, la situazione si è un po’ normalizzata, ma neppure del tutto.

 

Bene: secondo il ragionamento visto prima riguardo al gruppo di teatro, “tutto questo è pura follia!” (citazione sempre della regina).

Perché si può trovare che questa immagine esprima con terribile efficacia il dolore di chi sa di essere ormai giunto alla fine della propria vita e, per quanto questa possa essere stata tanto piena di gioie e di onori, guardando indietro contempla con nostalgia le infinite cose belle che poteva avere e a cui ha rinunciato, le infinite parti di sé che poteva coltivare e che ha lasciato avvizzire, le infinite vite che poteva vivere e non ha vissuto.

Ma è pur vero che la sua vita, per quanto comunque segnata da delusioni i dolori, è stata oggettivamente migliore di tante altre, senza neppure contare la universale fama ed ammirazione che ancora oggi lo accompagnano e lo accompagneranno nei millenni a venire.

Inoltre, è veramente ovvio che un uomo non possa fare tutto nella vita, che non posa essere geniale scienziato e maestro violinista insieme; è naturale anche che debba infine morire.

Anzi, dovremmo essere felici per lui che abbia potuto vivere tanto a lungo una vita gloriosa e tutto sommato felice, ed essere felici per noi che un tanto geniale personaggio sia nato e ci abbia donato un incredibile progresso nella millenaria via della comprensione del mondo.

E soprattutto, infine, io Einstein non l’ho proprio mai conosciuto, se non per sentito dire: e come è possibile che mi commuova più di chi è stato al mio fianco per anni???

 

Chiaramente, non c’è proprio alcun motivo di piangere. Eppure.

Certo, è possibile che la tristezza accumulata nell’addio, e mantenuta ignorata e repressa, sia rimasta latente ed al primo pretesto –anche banale- sia esplosa. Ma mi sembra una spiegazione di comodo.

 

Tutto questo mi porta a formulare una teoria: che la mia naturale struttura emotiva naturale (“a priori”, direbbe il caro Kant) sia rimasta non sviluppata e nascosta nel periodo della mia prima formazione, al tempo delle elementari e delle medie, a causa della mia carenza (per non dire assenza) di relazioni umane con coetanei.

Quando poi all’inizio delle superiori (anche grazie al fortuito inserimento nel gruppo di teatro) ho compreso che dovevo cambiare radicalmente ed anche in fretta, se non volevo essere infelice per tutta la vita, ho cominciato ad osservare il comportamento degli altri, per comprenderli ed adeguarmi (nella sezione “cosa mi piace fare” di questo stesso spaces, creato a quel tempo, scrissi: “Comprendere il mondo. E per mondo intendo anche te”).

Ancora oggi, quando conosco una persona nuova, mi sorprendo talvolta ad imitare istintivamente alcuni suoi atteggiamenti caratteristici.

 

Ora, visto che gli altri agivano in gran parte sulla base delle emozioni, il mio cervello si è organizzato di conseguenza: ma piuttosto che sviluppare la struttura normale, la mia ragione ha, suppongo, preferito osservare come la cosa funzionava negli altri, ed imparatolo occuparsene lei stessa (forse in ciò influenzata dai primi contatti, attraverso latino, con la filosofia antica, che disprezzava le passioni ed esaltava la pura ragione).

Da allora, quindi, la ragione avrebbe mantenuto il pieno e diretto controllo anche sui settori normalmente demandati alle emozioni.

 

Ma il complesso emotivo originale, pur messo da parte, continua ad esistere: ed allora può essere risvegliato in modo imprevedibile da stimoli apparentemente innocui, che appunto la ragione non si dà pena di dirottare sul canale controllato.

Anzi, mi accorgo solo ora di situazioni, in cui ciò probabilmente è già successo: per quanto alla fine la ragione abbia domato la situazione, e riportato la normalità.

 

Detta così, sembra abbastanza inquietante. In ogni modo è inutile piangersi addosso: in futuro metterò attenzione specifica a questo aspetto e vedrò se la teoria regge; solo così potrò prendere contromisure.

Comunque, che sia o che non sia, avrò scoperto qualcosa di nuovo su me stesso, e questo è positivo.

 

Nosci te ipsum!

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Qui il mio curriculum online. "nerd score"
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