fede

Oggi alla radio hanno racontato la storia di un uomo. Un uomo come tanti, a parte il fatto che da 3 anni faceva fatica a camminare, e dall’adolescenza fino alla precoce morte è stato inchiodato ad una carrozzina da una sempre più grave e dolorosa paralisi.
 
Cosa avreste fatto voi? Lui, adolescente, ha abbandonato la Chiesa, ritenendo inconcepibile che un Dio d’amore permetta una sofferenza come la sua.
 
Poi è tornato alla fede: e sul finire della vita, tra sofferenze molto maggiori che nei priimi anni, scrivreva (e sciveva con la testa grazie ad un marchingegno, perchè la paralisi aveva raggiunto le mani): "Il mio cuore è pieno di gioia, e davvero non capisco perchè il Signore sia così buono con me. Non credo di meritarlo, non sono poi così buono: per esempio, spesso cerco di pregare il rosario, ma mi addormento!".
 
Che cos’era successo mai? Aveva deciso di fare del dolore la sua "vocazione", di offrirlo in dono per la gloria del Signore. E questa non è la formula astratta che può sembrare: la sua vita così piena di dolore ma ancor di più di gioia e di speranza divenne una luce per tutti coloro che come lui vivevano sotto una pesante croce.
Era tanto più felice di coloro che lo circondavano, per quanto questi stessero sotto ogni aspetto materiale infinitamente meglio di lui, che la sua fama lentamente si diffuse, ed ogni genere di sofferenti, nel corpo e nello spirito, gli scriveva. E lui, per quanto penoso gli fosse scrivere, rispondeva, anche dieci o venti lettere al giorno: per tutti aveva una parola di conforto e di speranza, un’esortazione alla fede come una battuta di spirito.
 
Ed era proprio questo sapere di essere utile ad alleviare l’infelicità degli altri a dargli la sua felicità, che di nuovo donava a chi viveva nella disperazione.
 
Semplicemente, aveva guardato alla malattia non come un ostacolo, ma aveva trovato il modo di usarla per trovare uno scopo alla sua vita.
Ed una volta che si è convinti che la propria vita abbia uno scopo, che cosa può abbatterci?
 
Illuminanti a proposito sono le parole che, disse, aveva rivolto a Maria dopo la perdita dell’uso delle mani, che rischiò di troncare la rete di rapporti epistolari che aveva costruito e che dava un’utilità ai suoi giorni:
 
"Madonnina mia, guarda che veramente le mani mi servivano! Ma se me le hai tolte, si vede che avrai un buon motivo. Solo, se vuoi che continui la missione che mi hai affidato, sarà meglio che mi dai qualche buona idea per continuare a scrivere."
 
C’è tutta la convinzione di essere in tutto e per tutto nelle mani della Provvidenza, tanto che ogni evento, per quanto doloroso, non può che avere per fine il bene, e che per ogni avversità, per quanto insormontabile, di certo ci sarà un aiuto che ci perrmetterà di superarla.
 
Con queste premesse, come si può non essere felici? Al punto da riuscire a trasfigurare un evento che per ognuno di noi sarebbe fonte di disperazione, in qualcosa di cui si può trattare con l’allegria scherzosa che emerge da ogni sua parola.
 
Naturalmente, questo non significa affatto che Dio esista: ma suggerisce abbastanza chiaramente che all’uomo convenga crederci, nonostante tutto.
Pascal sosteneva che vale la pena di rinunciare ai beni vani del mondo se c’è anche solo la speranza che ciò serva a raggiungere la felicità eterna. Qui siamo oltre: non c’è dubbio che anche in mancanza di una vita eterna avrebbe vissuto incoparabilmente meglio così in questo mondo.
Volete mettere tra il considerare la malattia uno sfortunato incontro di due geni difettosi deciso dalla casualità cieca piuttosto che un dono di un Dio amoroso per la purificazione della propria anima ed il conforto del prossimo?
 
Potrebbe un ateo essere altrettanto positivo verso la vita, neppure in queste condizioni, ma anche in una vita normale?
Questo è il problema.
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Qui il mio curriculum online. "nerd score"
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