manifestazione islamica a San Petronio

 
Davanti al simbolo della cristianità tanto caro ai bolognesi, la basilica di San Petronio, quasi duemila musulmani pregano Allah, in un silenzio irreale interrotto solo dalle parole dell´imam e dalle risposte dei fedeli in ginocchio sul Crescentone. Tutti rivolti verso la Mecca. Sono le cinque, e in piazza Maggiore risuonano i versi della preghiera del Maghreb (tramonto) e poi di quella dei morti «per i martiri di Gaza». Prima, durante il breve corteo partito da piazza del Nettuno, cori nei confronti di Bush ed Olmert urlati con gli occhi verso il cielo, in mezzo a scene di disperazione per esprimere la rabbia contro i bombardamenti israeliani, che in questi giorni stanno mettendo in ginocchio la Striscia di Gaza. Alcuni manifestanti bruciano una bandiera con la stella di David e poi schiacciano con i piedi i brandelli rimasti. Tra la gente, tantissimi palestinesi, egiziani, marocchini, venuti anche da Modena e Ferrara, in testa al corteo decine e decine di bambini con in mano fantocci sporchi di vernice rossa, a simboleggiare i loro "fratelli" uccisi dalle bombe israeliane.

"Palestina libera", "da Bologna a Gaza, resistenza resistenza", "Dio è con Gaza", slogan scanditi come una litania mentre i manifestanti, all´inizio poco più di cinquecento, sfilano intorno al Comune. All´iniziativa, che in parallelo si è ripetuta in diverse città d´Italia, hanno aderito anche alcuni centri sociali bolognesi (Crash e Tpo), l´Rdb-Cub e alcuni esponenti di Rifondazione comunista, come il capogruppo Roberto Sconciaforni. Sul camioncino che procede lento in mezzo alla folla, si arrampica un ragazzo che brucia una bandiera israeliana, i manifestanti urlano e si agitano, tenendo in mano cartelli con le foto dei morti e dei feriti palestinesi.

Il vicepresidente del centro di cultura islamica bolognese, Daniele Parracino, cerca di impedire che il gesto venga portato a termine. «Questo non è il modo di reagire – dice – se si risponde con lo stomaco vuol dire che si è offuscato il cervello. Quello che ci fa piacere è la sensibilità di molti italiani che ci stanno appoggiando e che hanno a cuore il diritto di tutti a vivere in pace». Molti musulmani sono con kefiah al collo, qualcuno, in prima fila, tiene in alto una scarpa, ricordando il gesto del giornalista iracheno che ha lanciato le proprie contro il presidente statunitense Bush. Davanti all´ingresso della Prefettura, diverse persone si stendono a terra simboleggiando i morti di Gaza. Altri sventolano dei fogli di carta con la stella di Davide affiancata dalla svastica, simbolo nazista. Subito dopo, Parracino scoppia in lacrime quando arriva la notizia del bombardamento di una moschea. Ancora pochi metri e i manifestanti arrivano tutti sul Crescentone, per la preghiera.

Mahdy Said, Imam di Bologna, proprio all´altezza del portone di San Petronio intona prima la preghiera del tramonto e poi quella della morte. Said è un egiziano di 50 anni, dentista e residente a Casalecchio di Reno. Ringrazia le autorità locali per aver consentito la manifestazione e dopo la preghiera spiega che «bisogna guardare ai problemi di Gaza con occhi giusti». Mariam ha dieci anni, è palestinese, e prima che la piazza si svuoti recita una poesia dal microfono con cui ha parlato l´Imam. «In Palestina non cade più la pioggia che fertilizza i campi, ma una pioggia di armi che ammazza la gente… ».

 
(foto ed articolo da Bologna.Repubblica.it)
 
E quindi, che dire?
Perchè, di fatto, gli stessi valori che difendiamo, il patrimonio della civiltà occidentale, ci direbbero di non dirne nulla.
Si può forse impedire di manifestare le proprie idee? O proibire di ricordare che l’operazione "difensiva" di Israele ha già provocato in pochi giorni centinaia di morti tra la popolazione civile?
 
Eppure, d’altro canto, non si può negare che questa sia anche una prova di forza, di una forza che ora pretende con una notevole arroganza di imporsi alla nostra attenzione: gli islamici in Italia, molti dei quali, nonostante le ntevoli restrizioni, già hanno o presto acquistranno il diritto di voto. Legittimamente, ripeto, dal punto di vista della nostra civiltà.
Ma, spiace doverlo constatare, è una forza molto arretrata rispetto ai nostri standard: la mescolanza di religione e politica e la demonizzazione dell’avversario sono solo alcuni degli errori che credevamo superati da tempo. Soprattutto, quelli che sono scesi in piazza erano probabilmente marocchini, turchi, pakistani, sudanesi: scommetto che la maggior parte non è mai stato in Palestina. Eppure sono stati prontissimi a scendere in piazza, a difendere Hamas.
 
Io sono certo che gli immigrati italiani negli USA non siano scesi in piazza a favore di Mussolini, a suo tempo. Perchè, per quanto magari parlassero ancora a stento l’inglese e vivessero in quartieri in cui avevano riprodotto angoli di Campania o Sicilia, per quanto anche fossero talvolta discriminati dai wasp, prima di ogni cosa si sentivano, volevano senntirsi americani.
Potevano perciò giudicare dall’esterno gli errori della madrepatria, grazie all’influenza di una civiltà più progredita. Anzi, certo molti di loro si sono arruolati nell’esercito che doveva combattere il loro paese, comprendendo che era la cosa giusta da fare.
 
Quello che invece vediamo oggi, sono migliaia di abitanti dell’Italia che aprioristicamente sostengono Hamas, che è in ogni caso terrorista, solo perchè è islamica. Che, in una parola, si sentono più islamici che Italiani, e sono più sensibili alla retorica jihadista che ad un’equilibrato giudizio sui fatti quale è possibile da qui: e che ciò nonostante chiedono, ed hanno il diritto di farlo, di far sentire la propria voce.
 
Perchè non abbiamo saputo integrare questi nuovi Italiani, perché non abbiamo saputo educarli alla democrazia?
 
Preciso che, nelle questioni morali, io assumo sempre che le azioni di qualunque gruppo di cui io faccio parte siano assolutamente libere, e quelle di ogni gruppo di cui io non faccio parte assolutamente meccaniche: perchè se noi non fossimo liberi non avrebbe senso interrogarsi sulle scelte da fare, ma se gli altri non fossero necessitati sarebbe impossibile prevedere il risultato delle nostre azioni, e di nuovo la riflessione morale non avrebbe senso.
Per questa visione, se un kamikaze si fa saltare i Afghanistan, la responsabilità di ciò è nostra -in quanto unici esseri liberi-: abbiamo creato, o non abbiamo rimosso, le condizioni che necessariamente hanno creato quell’odio e quelle morti.
 
Perciò, che cosa abbiamo sbagliato in questo caso? Che cosa possiamo fare?

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