Othello

Che carina la mia cuginetta.
Torno a casa e la trovo davanti alla TV, che stava praticamente facendo la spaccata sul divano (come sono flessibili quando sono piccole!)

Non ho fatto in tempo a salutarla che mi investe con "Che noia questa televisione! Sempre li a parlare e parlare di niente, e poi fanno vedere immagini che sono sempre le stesse…". (stava guardando uno speciale al TG sul terremoto in Abruzzo di stamattina).

Al che io le rispondo "hai perfettamente ragione sull’essenza della televisione… ma devi sapere che la tecnologia odierna ti consente un grande potere: pensa, puoi decidere di cambiare canale… o addirittura spegnere!"

Lei mi guarda, e fa "Aaah!" con quei suoi occhioni. E resta lì a fissare lo schermo.

(adesso ha spento perchè sono riuscito a sfrattare mio fratello da questo computer. Si sono messi a giocare ad Othello. Si, Othello, avete capito bene… e sembra anche tutta interessata! Che gioventù.)

Comunque, è della libertà che vi parlerò oggi.

Perchè sabato ho seguito, anche se in televisione, Caffarra che da San Petronio ammoniva: "Attenti a non confondere la libertà con la spontaneità! Infatti la spontaneità è condizionata dalle circostanze immediate, insomma vi fa schiavi di ciò che accade! Solo nell’esercizio della retta morale, illuminata da Cristo, sarete veramente liberi."

Bizzarro, che proprio pochi giorni prima abbiano studiato poeti come Baudelaire, Rimbaud, Verlaine: e la loro filosofia di vita, un oltre un scolo fa, fu perfettamente opposta, e diremmo più "moderna". La libertà si realizza nella negazione di tutti i condizionamenti sociali -in primis la morale- e quindi si identifica con la spontaneità…

Ora, qui qualcuno sta sbagliando… come spesso succede, direi che stanno sbagliando entrambi alla pari (e io ho ragione he he he… beh giudicherete voi)

Il nocciolo del problema mi sembra tanto l’eterno conflitto tra il Super-io e l’Es, ciascuno che pretende perentoriamente di farci seguire le direttive di cui è programmato per essere alfiere. Ma non mi pare davvero che uno dei due si prenda troppa cura della nostra libertà. La differenza è in effetti che il Super-io non si preoccupa delle sofferenze che ci infligge rinunciando al piacere, e l’Es non si preoccupa delle sofferenze che nel soddisfare i nostri piaceri infliggiamo agli altri -e che gli altri ci faranno poi scontare.

L’equilibrio dell’uomo è dovuto al fatto che l’Io riesca a tenere al guinzaglio i suoi due cani da guardia; e mi sembra dannatamente sterile prendere le parti di uno dei due contro l’altro.
Sarebbe un monstrum: un uomo che scelga di identificarsi con una parte di sé soltanto, e si arrenda a considerare una parte di sé estranea e nemica… diemi voi se non è la più grande sconfitta a cui una persona possa andare incontro.

Come si può accettare di considerare "inautentica" una parte di sè? Caffarra diffida della nostra azione quando siamo immersi nel flusso degli eventi che potrebbe offuscare la nostra perfetta consapevolezza morale, ed i poeti simbolisti considerano la nostra azione irrimedibilmente schiava delle convenzioni fino a quando a furia di alcool e droghe della nostra consapevolezza morale non sia rimasto ben poco… eppure le nostre azioni sono sempre nostre!

Del resto, non è che io possa mai staccarmi dalla materialità e rinchiudermi nella perfetta astrattezza della riflessione morale pura, e non meno è impossibile che possa davvero dimenticare la mia natura di essere razionale: tutte queste distinzioni non sono che un’astrazione indebita.
Se io sono davvero convinto della bontà di qualcosa, com’è possibile che la mia convinzione dipenda dalle circostanze? Se ti basta qualche bicchiere di troppo oppure la paura della disapprovazione dei salotti per abdicare, ebbene mi dispiace: ma quel che ti piace è solo credere di credere. Dentro di te non stai che aspettando di tradire la tua idea dando la colpa a qualcosa d’altro… e bravo allora!!

Se le nostre idee non reggono alla prova dei fatti, non c’è che da approfondire la nostra convinzione: e se ne vale la pena riusciremo a convincerne abbastanza da mantenerla con la pioggia e con il sole; invece se non era poi una così gran convinzione faremo meglio a lasciarla perdere del tutto.

Si, ma allora la libertà? Quand’è che siamo davvero liberi?

Io analizzerei i momenti in cui ci sentiamo privati della libertà: ed è quando la nostra volontà trova un ostacolo alla sua realizzazione, soprattutto quando l’ostacolo è posto deliberatamente da un altro essere umano per motivi che non condividiamo -perchè alle limitazioni di libertà ragionevoli o direttamente imposte dalla natura, bene o male in linea di massima ci adeguiamo, abbiamo imparato che è inutile considerarle liberticide per quanto in linea teorica lo siano.
Al limite si può considerare privazione di libertà il condizionamento mentale (dalla propaganda alla pubblicità) volto non ad impedire di realizzare il proprio volere, ma più sottilmente impedire di formarlo come normalmente si farebbe (lascio a voi la definizione di normalità).

Ma sono convinto che ogni generalizzazione del concetto di libertà alle forze non esterne ma interne, sia del tutto illecita e non possa che generare errori.

Del resto, il fatto che i sentimenti si oppongano l’uno all’altro non è possibile davvero interpretarlo come il fatto che un sentimento definito "cattivo" ci stia privando della libertà di seguire quello "buono": tutto quello che direi sulla lacerazione interiore, è chè è sintomo di libertà (nell’unico senso possibile, cioè l’assenza di condizionamento esterno che ci forzi ad escludere una o più alternative, o direttamente tutte meno una).

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Informazioni su francescodondi

Qui il mio curriculum online. "nerd score"
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