Sogno di una notte di fine ‘500.

Dello spettacolo di ieri… a parte tutto, ma c’è stato un aspetto che ha colpito anche il mio lato, diciamo, "sociale".

Più precisamente, l’inizio della fine, cioè della scena dello spettacolo-nello-spettacolo.
Alla richiesta di un parere sullo spettacolo, la cortigiana, che lo ha già visto, ne dice il peggio del peggio. E, in realtà, ha proprio ragione.
Ma, farei notare: comincia la sua stroncatura precisando: gli attori sono "gente che non ha mai usato la testa". Di fatto, tutto il resto delle critiche viene presentato come naturalmente conseguente a questa condizione. Che cosa risponde il Duca, a questa assicurazione che lo spettacolo vale "nulla"? Attenzione: "Allora tanto più grande la nostra cortesia, nel ringraziarli comunque per questo nulla".

Insomma: non c’è dubbio che le differenze esistano. No, non solo: che esistano, e siano abissali. Non è neppure da dire, che noi (noi  nobili di Atene; noi Shakespeare; noi spettatori istruiti, noi nobili inglesi del sedicesimo secolo, e italiani del ventunesimo), noi siamo gli intelligenti, noi siamo i colti, noi gli esperti ad adoperare il cervello. Così, neppure da dire l’altra faccia della medaglia: che un aritigiano, relegato dalla vita nel mondo ingrato del lavoro meccanico e manuale, potrà certo tentare di cimentarsi con un’arte, come la recitazione… ma per quanto impegno e passione possa mettervi, non potrà, necessariamente, risultare altro che patetico o ridicolo.

Però, un attimo… noi lo sappiamo bene, che non dovrebbe essere così. In effetti, non potremmo certo definirci intellettuali, se non ci rendessimo conto che queste differenze invece non dovrebbero esistere. Che gli uomini nascono uguali, ed uguali dovrebbero essere in dignità per tutta la vita. Che chi è oggi un artigiano illetterato, con ogni probabilità non ha avuto nessuna delle possibilità che hanno fatto di noi i principi che siamo.
Ed ecco allora, che siamo ben felici di risarcirli della cattiveria della sorte, mostriamo loro la nostra migliore benevolenza. Gli attori sono accolti con onori ben superiori a quelli che avrebbe mai potuto sperare il loro effettivo merito; e anche a costo della quasi certezza di doversi sorbire un pessimo spettacolo, si insiste perchè gli sia data la possibilità di provare.
 
Ma, c’è un difetto. Questa non è l’uguaglianza. Non quella vera, al massimo un pallido simulacro: una concessione unilaterale, revocabile ad arbitrio.
Le parole sono: "tanto più grande sarà la nostra cortesia". Insomma: il merito è tutto nostro; gli umili non hanno voce in
capitolo, sono a completa disposizione (e onorati di esserlo).

Le intenzioni sono buone, ottime. Questa era l’idea di Shakespeare: dallo spettacolo appare evidente come per lui, e per tutta la cultura dei suoi tempi, questo mondo armonico, questo mondo in cui gli umili servono col sorriso, e i signori  comandano e dispongono con benevola umanità, sia nient’altro che il migliore dei mondi possibili, uno dei più alti ideali a cui si possa sperare di avvicinarsi.
Inutile, stracciarsi le vesti: probabilmente io per primo, nella stessa situazione, ragionerei ed
agirei in maniera del tutto affine. E, in realtà: il mondo che ne risulta, a
breve termine è il migliore possibile: tutti ne sono soddisfatti.

Eppure: proprio perchè tutti ne sono soddisfatti, proprio perchè tutto copre un velo di buoni sentimenti… a nessuno verrà in mente che si potrebbe cambiare. Che potrebbero anche non esserci più signori a comandare, per quanto benevolmente, nè sottoposti umiliati -umiliati forse non direttamente dalle azioni di chi comanda, però si da un sistema che li mantiene nell’ignoranza, e che nessuno farà nulla anche solo per migliorare.
Alla fine della serata il Duca resterà nel suo palazzo, e i rozzi paesani rientreranno per sempre nell’ombra di povere case. Così che il primo possa continuare ad accrescere la sua cultura, ed i secondi continuare a spaccarsi la schiena per permetterglielo, pagando col sudore la vita felice della corte.

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Qui il mio curriculum online. "nerd score"
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