inviata a gelmini_m@camera.it

Onorevole Ministro Gelmini,

sono uno studente presso l’università di Padova, e le scrivo in merito alla riforma da lei promossa, in questi giorni in discussione alla Camera.

Preciso, innanzitutto, che non posso non vedere con favore l’intento di riformare il sistema universitario italiano, eliminando sprechi e baronie per destinare risorse al vero vantaggio degli studenti ed alla premiazione del merito.

Tuttavia, ritengo che il ddl attualmente in votazione in molti casi non sia adatto a raggiungere gli obiettivi che ufficialmente si pone; ed anzi, che in vari punti, se approvato, provocherebbe un peggioramento dei problemi esistenti.

Nei giorni scorsi, ho per questo partecipato alle proteste di piazza organizzate da studenti e ricercatori in opposizione alla riforma, poiché percepivo nel governo una chiusura al dialogo tale che, a mio giudizio, non restava a noi studenti altra strada per far sentire la nostra voce, e richiedere le modifche che riteniamo in coscienza necessarie.

Tuttavia, ieri lei ha deciso di rivolgersi a noi con un videomessaggio su YouTube, assicurando che, al contrario, il governo è aperto al dialogo, ed incoraggiandoci anzi a far sentire la nostra voce e le nostre proposte. È dunque in risposta al suo appello, che ho deciso di scriverle le preoccupazioni e proposte che sono mie, ma che ritengo condivise dalla gran parte degli studenti; nella speranza che lei sia davvero disposta a prenderle in considerazione.

Veniamo dunque ai punti:

  1. Precarietà dei ricercatori: la riforma elimina la figura del ricercatore a tempo indeterminato, introducendo in vece una serie di contratti a tempo determinato, oltretutto non rinnovabili oltre un certo limite. Io credo che lo spirito di questo provvedimento sia profondamente sbagliato. È senz’altro giusto, ed anzi necessario, dotarsi di una struttura flessibile, che non costringa le università a tenere per sempre e alle stesse condizioni tanto coloro che eccellono nela loro attività, quanto coloro la qualità dei cui contributi si riveli insoddisfacente. Tuttavia, la soluzione a questo problema non può essere un provvedimento che, a mio parere, penalizza gravemente il mondo della ricerca nel suo complesso, snaturando l’attività del ricercatore con lo sminuirla ad una (malsicura) passerella verso la docenza. Ritengo che lo Stato dovrebbe impegnarsi perchè la ricerca sia al contrario un’attività dotata di una piena ed autonoma dignità; e perché chi ha la volontà e la capacità di impegnarvisi, possa farlo senza vincoli di tempo e con la garanzia di una ragionevole stabilità. I lodevoli obiettivi di premiazione del merito e di eliminazione dei costi scarsamente produttivi possono essere raggiunti anche, ed anzi, meglio, offrendo ai ricercatori un contratto a tempo indeterminato, con stipendio iniziale molto basso, e possibilità di rapidi avanzamenti di carriera per chi dimostri eccellenza nella qualità e quantità dei risulati prodotti. Si garantirebbe in tal modo la sicurezza dell’impiego per tutti, e la possibilità per i migliori di raggiungere rapidamente una buona remunerazione, mentre, eventuali “fannulloni” sarebbero spinti a decidere loro stessi di andarsene dalla scarsezza dello stipendio (e, se poi alcuni assolutamente volessero restare, essendo pagati pochissimo, costituirebbero per l’università una spesa trascurabile).
  2. Governance dell’università: la riforma aumenta di molto i poteri attribuiti al Consiglio di Amministazione; ma non è l’introduzione della quota di membri esterni che mi preoccupa, sarebbe senza dubbio un passo avanti se l’università potesse meglio saldarsi con il mondo del lavoro. Tuttavia, esiste un abisso tra ascoltare le voci delle forze esterne, e mettersi nelle loro mani: questa riforma non grantisce che il c.d.a. sarà eletto in modo democratico (il meccanismo della nomina sarà lasciato, mi pare di capire, ai singoli atenei). Si lascia così aperta la possibilità che decisioni capitali per l’Università vengano prese senza una vera rappresentanza della base. Bisognerebbe senz’altro o stabilire che il c.d.a. sia obbligatoriamente eletto, e assegnando il giusto peso a tutte le componenti dell’università, inclusi ricercatori e studenti; oppure, assegnare ad un organismo eletto con tali modalità diritto di veto sulle decisioni del c.d.a.
  3. Formazione delle commissioni: la riforma afferma di voler combattere il potere dei baroni di influenzare le nuove nomine, eppure, il poco che cambia pare andare in direzione affatto opposta: per la nomina di professori sono eliminate le rappresentanze dei professori associati, lasciando tutto il potere nelle mani degli ordinari, mentre per la nomina dei ricercatori si passa da uno a due membri interni all’università che bandisce il concorso. Apparentemente, dunque, un ipotetico “barone” (certamente un professore ordinario) non potrebbe che ringraziare, per questa riforma. Personalmente, purtroppo, non ho una proposta alternativa per questo problema: per sconfiggere le baronie bisognerebbe probabilmente ridisegnare radicalmente l’organizzazione del corpo docente, o forse, l’unica soluzione sarebbe sconfiggere la mentalità para-mafiosa strisciante ad ogni livello di questo martoriato Paese. Tuttavia, se volete proclamare che la vostra riforma abbatte le baronie, voi le idee dovreste averle.
  4. Finanziamenti: molto si è già parlato di questo tema, e concordo che sarebbe miope ritenere che dare più soldi sia magicamente la soluzione ad ogni problema. Tuttavia, la soluzione non può essere sottrarre fondi, quando già il nostro Paese spende significativamente meno di tutti gli altri paesi sviluppati per la formazione e la ricerca. Certamente ci sono degli sprechi, e certamente è dovere del governo rimuoverli, ma queste risorse andrebbero integralmente ed immediatamente reinvestite nell’università, se non vogliamo distruggere quel poco di eccellenza internazionale che siamo riusciti a costruire in questi anni. Capisco che a causa della crisi economica non sia possibile investire nuovi fondi, come sarebbe altrimenti doveroso; tuttavia, arrivare perfino a sottrarne sarebbe la totale rinuncia a competere con l’Europa nel campo del sapere, e la resa definitiva alla fuga dei cervelli.
  5. Diritto allo studio: non sono pregiudizialmente contrario ad un maggiore peso dei cosiddetti “debiti d’onore”, poichè, date le giuste condizioni, potrebbero essere un forte incentivo alla responsabilizzazione degli studenti. Tuttavia, sono assolutamente contrario alla loro introduzione all’interno del panorama lavorativo odierno, che non offre spesso neppure ai migliori e dopo i più severi studi ragionevoli speranze di trovare in tempi accettabili un lavoro con una stabilità ed una remunerazione tale da consentire di restituire un prestito. In tali condizioni, essere già indebitati a vent’anni sarebbe per moltissimi un vero e proprio suicidio; e se questo divenisse il metodo di preferenza per sostenere il diritto allo studio, potrebbe completamente fallire il suo obiettivo divenendo la causa di un abbandono generalizzato degli studi universitari da parte dei figli delle classi meno abbienti, e bloccando così definitivamente l’ascensore sociale di questo già ingessato Paese. Pertanto, ritengo che il governo dovrebbe impegnarsi innanzitutto per migliorare enormemente le condizioni del mercato del lavoro, e non prima di aver avuto successo, pensare a sostituire la borsa di studio come strumento di sostegno del diritto allo studio.

Questi sono i punti che mi preoccupano. Se lei vorrà tenerli in considerazione, investendo un poco del suo tempo per rispondermi, e spiegare dettagliatamente ed in modo convincente perchè le mie obiezioni siano infondate; oppure, se infondate non sono, proponendo in Parlamento, o sostenendo qualora proposti da altri, emendamenti in grado di correggere questi difetti della riforma, allora avrà in eterno la mia stima, e, da avversario, mi farò sostenitore e promotore della riforma che lei porta avanti.

Altrimenti, mi ritroverete in piazza.

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