Invalsi. Che dire?

Sono venuto a conoscenza ora di una vera e propria ribellione del mondo scolastico contro i test Invalsi, che negli ultimi giorni si sono svolti a vari livelli del percorso scolastico (soprattutto, l’attenzione si è concentrata, mi pare, sulla seconda superiore).

Ho trovato una pagina facebook creata da alcuni degli organizzatori della protesta, in cui sono spiegati con una buona chiarezza i motivi di tanta indignazione. Li riporto:

1)Nonostante siano stati sostenuti da governi di diverso schieramento e decantati dai giornali, numerosi sono gli studi che ne dimostrano la scarsa validità scientifica;
NESSUNO NE HA MAI PARLATO!
2)L’obbligatorietà del test, che viene via via estesa a tutti i livelli della scuola italiana, unita alla tracciabilità del test (che dunque non è anonimo) rendono l’INVALSI un ottimo metodo per ottenere una schedatura di massa, che seguirà lo studente dai primi anni di scuola fino alla fine del suo percorso di studi.
3) La didattica della scuola dovrebbe essere flessibile, individualizzata e pianificata secondo le necessità degli alunni. Attraverso il test INVALSI si punta ad uniformare il sapere: solo il fascismo era riuscito ad imporre un modello di istruzione unico su tutto il territorio nazionale.
4)L’INVALSI esaspera non solo la competizione fra docenti all’interno dell’istituto, ma anche tra le diverse scuole che vorranno accaparrarsi il maggior numero di studenti. È chiaro come tale pratica non sia volta al miglioramento dell’offerta didattica, ma all’incentivazione della competitività, basata sulla ricerca del premio di merito, che diventa il fine ultimo dell’istituzione Scuola, a discapito della crescita culturale e umana di studenti e studentesse.
5)I risultati delle prove dei ragazzi disabili sono elaborati in maniera differente al fine di non incidere sul valore medio dell’istituto, e quindi la disabilità non rientra nei criteri di valutazione INVALSI; ne consegue che, in un sistema di valutazione basato su tale test, gli invalidi non sono minimamente contemplati, risultando del tutto invisibili.
6) Il test INVALSI non è assolutamente utile a misurare “la buona didattica” ne “il buon insegnante”, perché le capacità di coinvolgere, motivare e ispirare non si valutano!
7) Il test INVALSI non è assolutamente utile a misurare “il buon apprendimento” o le capacità di uno studente o studentessa, poichè IL NOSTRO SAPERE NON STA DENTRO I LORO RIQUADRI.

Val la pena di commentarli in dettaglio

2)L’obbligatorietà del test, che viene via via estesa a tutti i livelli della scuola italiana, unita alla tracciabilità del test (che dunque non è anonimo) rendono l’INVALSI un ottimo metodo per ottenere una schedatura di massa, che seguirà lo studente dai primi anni di scuola fino alla fine del suo percorso di studi.

“Schedatura di massa”. Ci lasciamo schedare da Facebook, Google, Apple; non mi sembra di aver assistito a roghi di smartphone quando si è scoperto che tracciavano ogni nostro movimento, né a cancellazioni di massa dai social network in seguito agli allarmi sulla privacy. Però se lo Stato cerca di capire come sta spendendo i suoi (i nostri) soldi in modo non rigorosamente anonimo, allora e solo allora è anatema.

In un noto paese incivile e dittatoriale quale il Giappone, i risultati dei test nazionali vengono regolarmente pubblicati in forma di classifica, con nome cognome e posizione. (non solo: gli studenti valutati “migliori”  sono omaggiati pubblicamente). Certo il sistema giapponese è eccessivo e sconfina indubbiamente nell’asfissiante. Però: anche l’idea che “basta arrivare al 6 e va bene”, da noi, dovrebbe essere sradicata. Non fosse altro che perché non prepara all’università e al mondo del lavoro, in cui non sarà così (tranne, ovviamente, per i raccomandati…). L’uso che ognuno di noi fa del diritto all’istruzione non mi sembra davvero cosa che si possa pretendere di proteggere come gelosamente privata, finché non saranno privati i soldi con cui è stata pagata.

3) La didattica della scuola dovrebbe essere flessibile, individualizzata e pianificata secondo le necessità degli alunni. Attraverso il test INVALSI si punta ad uniformare il sapere: solo il fascismo era riuscito ad imporre un modello di istruzione unico su tutto il territorio nazionale.

Solo il fascismo è riuscito ad imporre ai treni di arrivare in orario. Pertanto la democrazia, per essere tale, deve impegnarsi a garantire un minimo sindacale di ritardo.

A parte l’ironia. Che cosa vogliono dire queste parole? Certo che l’istruzione deve essere il più possibile flessibile e modellata sulle esigenze dello studente. Ma lo dovrebbe essere nei metodi, perché ognuno possa raggiungere nel modo per lui migliore almeno gli stessi obiettivi di base garantiti a tutti. E poi certo, alcuni seguendo le loro passioni faranno molto di più; questo però non può sostituire l’esigenza di una base comune, che sarà verificata dai test.

Ma soprattutto, chiediamoci un attimo: davvero, la “libertà” dei programmi è sempre questo tesoro da preservare? Considerando che, troppo spesso, si traduce in libertà dei docenti di fare quello che vogliono. Di ritenere ad esempio, come se non ricordo male mi è capitato, più importante passare l’ora a riattaccare il tacco allo stivale, che a fare lezione? O, come mi ha raccontato un’amica, di crescere allegramente i propri studenti senza dargli l’opportunità di conoscere il significato della parola “atomo”; fino a quando la frustrazione, giunti ormai alle soglie della maggiore età, non costringe a rimediare -chiedendo aiuto ai parenti?

E del resto: non sono pochi i ragazzi che, arrivati con me all’università, oggi non vedo più a lezione, perché quasi interamente stanno ripetendo il primo anno. Eppure, al liceo andavano benissimo in matematica, avevano magari 8-9; tanto da decidere di farne la propria strada. Che cosa è successo? Semplicemente, hanno passato il primo anno a ricostruire quelle basi che a me sono state date, e che loro si sono resi invece conto troppo tardi di non aver avuto mai l’occasione di costruire. Sarebbe così terribile un po’ di uniformità, che denunci e appiani queste vere e proprie discriminazioni arbitrarie dovute alla nascita? Esiste un altro modo, se non un test nazionale?

5)I risultati delle prove dei ragazzi disabili sono elaborati in maniera differente al fine di non incidere sul valore medio dell’istituto, e quindi la disabilità non rientra nei criteri di valutazione INVALSI; ne consegue che, in un sistema di valutazione basato su tale test, gli invalidi non sono minimamente contemplati, risultando del tutto invisibili.

Questa argomentazione non ha palesemente senso. Certo, qualcosa per cui indignarsi, a questo riguardo, c’è. Ma a parte la discriminazione fisica, umiliante e da combattere, trovo veramente ridicolo che ci si indigni perché saranno discriminati nell’analisi dei dati!

Vogliamo ottenere risultati sensati, si o no? Io dico che i risultati dovrebbero essere anche più differenziati. Tra italiani e immigrati, ad esempio. Per fasce di reddito, per zona d’abitazione, e così via. Le divisioni statistiche sono solo un’ipotesi di differenza; se questa non c’è, i dati la smentiranno, e denunceranno una discriminazione errata. Ma una divisione è semplicemente uno strumento che direi necessario per poter analizzare nella maniera più accurata possibile: servono appunto a rispondere alle problematiche di ogni categoria in modo mirato, anziché mescolare tutti i dati in un’amalgama senza molto significato -in nome di un'”uniformità” tanto deprecata altrove. Se anche i dati fossero tutti riuniti, io credo, per poterne trarre conclusioni utilizzabili si finirebbe per disaggregarli a spanne, sulla base di stime e preconcetti su quali i contributi dei vari gruppi dovrebbero essere. Ed in primo luogo, facendo la tara alla proporzione di ragazzi con difficoltà speciali non dovute alla scuola. Non ha senso, quando è possibile avere senza prezzo certezze.

4)L’INVALSI esaspera non solo la competizione fra docenti all’interno dell’istituto, ma anche tra le diverse scuole che vorranno accaparrarsi il maggior numero di studenti. È chiaro come tale pratica non sia volta al miglioramento dell’offerta didattica, ma all’incentivazione della competitività, basata sulla ricerca del premio di merito, che diventa il fine ultimo dell’istituzione Scuola, a discapito della crescita culturale e umana di studenti e studentesse.

6) Il test INVALSI non è assolutamente utile a misurare “la buona didattica” ne “il buon insegnante”, perché le capacità di coinvolgere, motivare e ispirare non si valutano!

7) Il test INVALSI non è assolutamente utile a misurare “il buon apprendimento” o le capacità di uno studente o studentessa, poichè IL NOSTRO SAPERE NON STA DENTRO I LORO RIQUADRI.

Questi tre punti sono, mi pare, sempre lo stesso, ripetuto in un crescendo di esaltazione ideologica: IL SAPERE NON SI MISURA. Che belle parole. Certo, la Cultura, la Crescita Umana, con tutte le maiuscole del caso, sono senz’altro ricchezze molto difficilmente definibili e valutabili.

Ma se ammettiamo questo, cosa ne viene? Distribuiremo gli incarichi a caso? Perché come potremmo avere la presunzione di discriminare tra candidati meritevoli e incompetenti, se le capacità della persona sono qualità tanto intime e intangibili? Che bello: quando sarò escluso da un qualsiasi concorso, farò ricorso. Argomentando che nessuno ha il diritto di giudicarmi, e decidere con così poca considerazione delle mie innegabili ma imponderabili doti nascoste che la mia preparazione è inferiore a quella di un altro.

Davvero “la buona didattica”, “il buon insegnante”, le capacità di coinvolgere, motivare e ispirare sono tanto aliene da ogni valutazione? Sarà un mio parere, ma se un insegnante è buono… i risultati dovrebbero vedersi! Come posso dire di aver avuto un buon insegnante di matematica, se a prescindere da qualunque cosa mi abbia trasmesso ad di fuori, esco dal liceo e non so cavarmela almeno con la matematica in programma?

Certo, anche il valorizzare i singoli talenti, andare oltre e trasmettere più del minimo sindacale, è importante e andrà valorizzato (dopo tanto fumo e tanti annunci, chissà che prima o poi si riesca ad ottenere qualcosa anche in questa direzione). Ma come ho già detto, non può essere un buon insegnante quello che per questo trascuri ciò che alla fine ci si aspetta che il liceo insegni. Se un insegnate sa coinvolgere e motivare, questo dovrà ben avere prima di tutto un effetto benefico sulle materie in programma; e dunque un test, se fatto bene, potrebbe davvero in buona approssimazione valutare la qualità generale di un insegnate, permettendo così di promuoverla, e l’incentivazione della competitività dovrebbe coincidere, anziché opporsi, al tanto desiderato miglioramento della qualità della didattica. (due condizioni: che il test sia fatto bene, e che sia accompagnato da un’adeguata valorizzazione più in dettaglio delle eccellenze che non possono che esulare dal test generale).

Che cos’altro da dire? Ah, sì. Come avrete notato, manca il punto 1); vediamolo

1)Nonostante siano stati sostenuti da governi di diverso schieramento e decantati dai giornali, numerosi sono gli studi che ne dimostrano la scarsa validità scientifica;
NESSUNO NE HA MAI PARLATO!

L’ho lasciato per ultimo, perché per quello che riesco a giudicare, questo è giusto.

Cercando in Internet non è difficile trovare nette stroncature sulla validità della rilevazione. Ma queste potrebbero essere di parte. Incredibile però come chiedendo a chi il test ha dovuto farlo, e dovrebbe esserne valutato, il maggiore cambiamento sia nello stile, più immediato; ma la stroncatura invece arrivi identicamente lapidaria. Da alcune ragazze che ho la fortuna di conoscere della giusta classe d’età, mi è stato definito come “test minchiosissimo”, e i quesiti come “ridicoli e anche un po’ inquietanti”. Davvero non una partenza esaltante, per un test che ambisca a decidere il futuro della nostra scuola.

Chiaramente, tutto quanto di favorevole si è detto sopra si basa sull’ipotesi che i quesiti siano concepiti nel modo giusto. Se la rilevazione non è fatta su ciò che effettivamente gli studenti dovrebbero sapere, non ha più alcun senso, e può fare soltanto danni. Gravissimi danni, in proporzione all’importanza che gli sarà data.

Allora che dire? Personalmente resto favorevole all’idea dei test unificati, per i motivi che ho cercato di esporre. Tuttavia, l’ultimo punto (che era nell’originale, giustamente, primo) può ben giustificare una protesta, anche dura; perché è fondamentale. Vorrei però che la mobilitazione fosse condotta per chiedere un test valido ed oggettivo: non, al contrario, per trincerarsi tra slogan contro ogni tentativo in direzione dell’oggettività.

(per fortuna, questa sembra essere anche la posizione del PD. Chissà che riescano per una volta a far sentire con energia questa visione; ed io possa apprezzarli per qualcosa)

Edit: rispondendo all’interessante commento di Cianciu, ho sviluppato un’ulteriore riflessione. Aggiungo qui, perché è interessante.

A pensarci: il denaro stimola meccanismi troppo viscerali. Forse i premi dovrebbero essere simbolici, e la sostanza prendere spunto dai giapponesi: cerimonie pubbliche. (o, dai bar americani: il ritratto dell’inserviente del mese in bella vista)

Ovvero: se la riprovazione per i fannulloni da voce di corridoio -mezza voce anzi; perché non sta bene, perché tutti sono uguali, perché tanto non ci puoi far nulla- passasse, invece, ad ufficiale e pubblico biasimo oggettivamente motivato; e di converso, si tributasse un esplicito riconoscimento al merito, potrebbe essere già un passo avanti di grande efficacia. Senza dover scatenare, o non in modo determinante, la bestia sempre pericolosa dell’interesse.
In questo modo, si eliminerebbe ancora più certamente l’obiezione che i test non misurano la vera qualità, e costringono i docenti a piegare i propri insegnamenti alle crocette: per quanto in linea di principio, come ho detto, un buon docente dovrebbe vedersi anche dai test, se ipoteticamente qualcuno dovesse trovarsi alla scelta, potrebbe comunque scegliere la qualità senza che a pagare debba essere la sua famiglia. E probabilmente anche il resto della scuola, test o no, riconoscerebbe la sua qualità; l’ipotetico errore del test verrebbe così ben neutralizzato. Mentre per chi fannullone lo è davvero, il test darebbe voce ad una disistima già latente: potendo costituire, credo, un pungolo di discreta efficacia.

Tutto sta, naturalmente, nel vedere se si procederà in questa direzione. Le intenzioni del governo, è chiaro, vanno in direzione decisamente opposta.

EDIT: a quanto pare, anche le banche italiane la pensano come me sull’Invalsi: buona idea in teoria, pessima e dannosa la realizzazione. Talmente tanto che si sono offerte di finanziarne la trasformazione in uno strumento serio. A quanto pare, non è così campata in aria l’idea che i privati si interessino di istruzione, anche mettendo mano al portafoglio! Se lo facessero davvero limpidamente, sarebbe una grandissima cosa. Ma naturalmente ci sarà una levata di scudi, perché l’ingerenza dei capitalisti, l’omicidio della libertà ed autonomia del Sapere eccetera… e non è detto che avrebbero torto. Chissà.

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3 risposte a Invalsi. Che dire?

  1. Pingback: Incentivi. Si ma come. | Non al Denaro. Non all'Amore. Nè al Cielo.

  2. cianciu ha detto:

    Condivido pienamente la tua analisi.
    Secondo me il problema è che si valutano gli studenti per valutare gli insegnanti; quindi temendo un giudizio negativo che potrebbe avere tangenti risvolti su di sè i professori non accettano di buon grado tale tipo di valutazione. Tra l’altro i docenti sono messi pure in condizione di alterare in qualche modo i risultati del test. Intendo dire che per ottenere punteggi più alti un prof non ci mette molto a suggerire soluzioni oppure a lasciare copiare… a mio avviso dovrebbe esserci un organismo esterno che faccia da controllore diretto, oppure un sistema tale per cui l’esaminatore dovrebbe essere un docente esterno all’istituto.

    • francescodondi ha detto:

      Hai ragione… questo è forse il problema peggiore. Un sistema simile a quello di maturità sarebbe anche serio, ma è fattibile?

      A quanto pare l’idea attuale, cercando meglio (http://goo.gl/cklWX), è fare la valutazione sulle scuole: che ha in verità poco senso, visto che a meno di attente compensazioni rischia di premiare più il contesto sociale della scuola che gli effettivi meriti; ed in più favorisce la complicità tra docenti in malafede della stessa scuola che vogliano alterare a proprio vantaggio i risultati.
      Se la competizione fosse tra i docenti della scuola, il gioco sarebbe a somma zero; e basterebbe mettere un docente a controllare la classe “concorrente”. Gli studenti si ribellerebbero ad un tentativo di influenzare le prove al ribasso (senza rischiare ritorsioni, perché il loro docente è un altro); e da parte del docente non ci sarebbero tentazioni.

      Qui avevo continuato, ma il discorso si è allargato un po’ troppo: così, l’ho integrato nel post. Grazie per lo spunto! 😉

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