Riflessioni sui referendum -parte 2°: Acqua

Come promesso, ecco che condivido con voi ciò che sono riuscito a capire sull’acqua, continuando la serie di riflessioni sul referendum introdotta dal nucleare.

Questo è un lavoro completamente diverso. Il nucleare è un argomento che mi ha sempre appassionato -mio nonno era ingegnere nucleare, e tra le letture che mi hanno avvicinato alla scienza non posso dimenticare i suoi libri sull’argomento; quindi il problema era fondamentalmente trovare i link a conferma della mia tesi, e non dimenticare nessun punto di quelli su cui avevo qualcosa da dire. Sull’acqua, ammetto che non sapevo nulla fino alla settimana scorsa. Ma poiché vedo che è cosa piuttosto comune, spero risulterà utile quel che sono riuscito a trovare in qualche giorno di ricerche.

Scusatemi se l’esposizione è frettolosa e l’ordine tendente al caotico; è stata una corsa contro il tempo raccogliere le informazioni, e non ce n’è più davvero. Del resto, spero che questa sia di fatto una pubblicazione provvisoria: conto di modificarlo presto per riflettere le informazioni che continuerò a trovare; ma pubblicando ora potrò intanto forse far riflettere qualcuno in più su ciò che ho trovato di giusto, e se qualcosa ho scritto di sbagliato, poter contare sulla critica sempre preziosa dei vostri commenti.

Innanzitutto, i quesiti sono due.

PRIMO QUESITO (Scheda rossa)

Il quesito chiede di cancellare l’articolo 23-bis del Decreto Ronchi del 2008 (chiaramente l’articolo 23-bis non c’entra nulla con il 23, così come né con lui né l’un con l’altro c’entrano gli altri 83 articoli… un applauso al legislatore, e a voi un consiglio: Ctrl+F). Non è tutto così semplice, naturalmente: la legge è stata poi modificata dal successivo decreto Ronchi del 2009.

Vi salvo la fatica, se siete di fretta, di capire quali sono i punti fondamentali, e come sono ora (se non siete di fretta fatela questa fatica, se ho potuto io potete anche voi)

Comma 5. Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati.

Comma 2: Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria

a) a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi del Trattato che istituisce la Comunità europea e dei principi generali relativi ai contratti pubblici e, in particolare, dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento e proporzionalità;

b) a società a partecipazione mista pubblica e privata, a condizione che la selezione del socio avvenga mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di cui alla lettera a), le quali abbiano ad oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio e che al socio sia attribuita una partecipazione non inferiore al 40 per cento

Che cosa ne penso?

A me sembra ragionevole. Ad occhio, non stiamo affatto consegnando il manico del coltello ai privati. Ci stiamo lasciando aperta la porta alla gestione privata, se offre condizioni migliori. Ma se il privato non è migliore la gara la vincerà una società completamente pubblica, visto che possono comunque partecipare, e non sarà cambiato nulla.

Certo, per dire “la società migliore vincerà la gara” bisognerebbe essere certi di capire cosa significa davvero “gara pubblica”. Per le mie riflessioni sull’argomento, che qui appesantirebbero troppo, vedi ALLEGATO I.

Comunque, la modifica del 2009 ha aggiunto il punto b): permettendo così di evitare la gara, purché l’assegnazione non sia a società totalmente pubbliche -questa condizione credo perché si ritiene che i privati vigileranno, a tutela dei propri interessi, che l’azienda sia efficiente…  il che è tutto da vedere, vista l’abitudine ai rapporti perversi tra pubblico e privato in Italia. Ma resta il fatto che due chiavi chiudono effettivamente meglio di una, e che tali aziende possono facilmente essere a capitale pubblico decisamente prevalente.

Non solo:

  1. un altro comma che non ho riportato autorizza, in “casi eccezionali” e qualora “adeguatamente motivato”, l’affidamento da parte del comune a società totalmente pubbliche.
  2. soprattutto, un più recente provvedimento stabilisce, in aggiunta, che la gestione totalmente pubblica possa essere mantenuta, anche semplicemente quando sussistano “condizioni di efficienza che rendono la gestione cosiddetta ‘in house’ […] comparativamente non svantaggiosa per i cittadini”.

E dunque, davvero mi sembra non ci stiamo rinchiudendo alla mercé del mercato ed i suoi squali; ma piuttosto gli stiamo aprendo noi qualche porta, per vedere se può dare un contributo positivo. Certo, una vigilanza forte è necessaria, oggi come sempre -o sarà solo naturale se ne approfitteranno (ma se l’amministrazione non sa vigilare, sa gestire? Il problema è a monte). Comunque, se la nostra casa cade a pezzi, forse è inutile tenere fuori con lo stesso impegno i ladri e chi si offre di restaurarla -pur ad un prezzo da non accettare a scatola chiusa, naturalmente. Ma noi ci siamo lasciati libertà di scelta, appunto.

Concluderei con alcune obiezioni alle obiezioni che ho sentito più di frequente, e che non riesco a non trovare discutibili

Obiezione: il privato deve guadagnarci, quindi darà per forza condizioni peggiori

Oggettivamente, la gestione attuale è talvolta virtuosa, ma troppo spesso è invece un colabrodo: dunque, può benissimo immaginarsi che una gestione più seria produca tali risparmi da potersi ben permettere di tenerne un po’, e ne resti a vantaggio della comunità. Se una municipalizzata è un parcheggio di persone inutili (tranne che per l’elezione di questo o di quello) i loro stipendi non saranno chiamati dividendi, ma non c’è alcun motivo per cui ciò dovrebbe farcene restare più contenti; anzi.

Del resto, perché allora lo Stato non si impegna a produrre direttamente macchine, computer, corn-flakes ed ogni altra cosa? Non mirando al profitto, dovrebbe offrire un prodotto migliore ad un prezzo minore, no? Evidentemente, non è così.

Obiezione: il privato non ha alcuno stimolo ad investire, incasserà e basta

Il 7% di profitto è calcolato, a quanto ho capito dalla legge, sul capitale effettivamente investito (e non sulla bolletta, come invece pareva a leggere i resoconti). Di conseguenza, un incentivo ad investire esiste: solo se investi puoi poi aumentare i ricavi.

Certo, è vero che anche investendo non più del pubblico (anche direttamente meno, chiaro), il privato avrebbe pur sempre diritto a fare ricavi su quello che comunque ha investito. Sono profitti ottenuti “senza fare nulla”? Lo sarebbero, se la privatizzazione fosse obbligatoria. Se le gare possono continuare a vincerle società pubbliche, in effetti, l’azienda privata avrà dovuto in ogni caso in qualche modo impegnarsi a realizzare risparmi o miglioramenti di valore maggiore dei profitti trattenuti; o appunto non avrebbe dovuto vincere la gara.

Obiezione: passando al privato i prezzi aumentano

Vero. Ma questo perché finora abbiamo avuto una delle bollette più economiche del mondo: sicché i ricavi non bastano per coprire i costi (che devono essere ripianati con le tasse), figuriamoci per gli investimenti. I privati (si spera!) non possono avere aiuti pubblici, ed è dunque logico che si paghi di più, anche in assenza di maggiori investimenti (e ancora di più se ci saranno). Il problema è sempre il solito: i soldi dello Stato non crescono sugli alberi, ma la tentazione di ragionare come se lo facessero è dura a morire… vedi, a questo proposito, l’ALLEGATO II.

Un’ultima cosa: se vi interessa, anche Bersani difende le liberalizzazioni (o almeno lo faceva ai bei tempi, in cui a governare c’era lui).

Ma veniamo alla seconda questione, altrettanto fondamentale e strettamente connessa alla prima:

SECONDO QUESITO (Scheda gialla)

Questa volta, quello che ci è chiesto di abrogare è contenuto in poche parole: precisamente nel comma 1, articolo 154, Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, quelle dove si afferma che ” La tariffa […] del servizio idrico integrato […] e’ determinata” tenendo conto anche “della remunerazione del capitale investito”.

“Remunerazione del capitale investito” = speculazione, chiaramente.

Non è proprio così. A quanto pare, la remunerazione del capitale investito è necessaria anche agli enti pubblici, per quanto possano operare per il bene comune senza scopo di profitto.

Il motivo è presto illustrato: a quanto pare, tra gli investimenti da remunerare è compreso non solo il metterci direttamente soldi comprando azioni, ma anche la concessione di un prestito. Ovvero, semplicemente, se passasse il referendum un ente pubblico semplicemente non potrebbe investire; poiché dovrebbe prendere soldi a prestito, ma non potrebbe pagare gli interessi. O meglio potrebbe investire soltanto con soldi delle tasse a fondo perduto; argomento che ho trattato nell’ALLEGATO II

Ma soprattutto, c’è un problema.

la vittoria del secondo quesito non impedirà alle aziende di fare profitti sull’acqua

Riguardate il testo: la sua abolizione impedirà, semplicemente, che in bolletta compaia una voce finalizzata alla remunerazione dell’investimento. Non impedisce che tale remunerazione venga effettuata per altre vie (meno trasparenti, di necessità): in  effetti, il fatto che esista un profitto, e che la sua misura sia fissata nel 7% è stabilita da un’altra legge, il Decreto Ministeriale 1 agosto 1996, in vigore dunque da 15 anni e a firma, indovinate, delministro Di Pietro nel governo Prodi. Questa legge nessuno ha proposto di abrogarla.

Difficile pensare che chi vuole avere un profitto che comunque, per legge, gli spetta, si lasci fermare dal fatto di non poterlo ottenere in un dato modo. Semmai, come già detto, si metteranno i bastoni tra le ruote a quelle aziende, anche pubbliche, che vorrebbero indebitarsi per investire, e che saranno costrette a trovare per recuperare il costo del prestito modi alternativi a quello più naturale e onesto, appunto di prevedere una specifica voce.

EDIT: a quanto pare, lo stesso vale anche per il primo quesito

L’abolizione di Ronchi renderebbe esplicita una volontà popolare in quel senso ma, tecnicamente, non porterebbe in automatico al ritorno dell’acqua pubblica: creerebbe un vuoto normativo, che sarebbe colmato dalla normativa europea. Ed indovinate cosa prevedono le normative europee? Gare pubbliche. Senza neppure le “scappatoie” per una parziale permanenza del pubblico ora previste dalla legge italiana.

Il governo potrebbe colmare quel vuoto legislativo con una legge che imponga il ritorno al pubblico? Non è così ovvio… sulle materie oggetto del referendum non si può intervenire per 5 anni; significa che il vuoto rimarrebbe? Qui bisogna infornarsi.

Ecco perché non mi pare così folle o criminale votare NO al referendum sull’acqua. Può essere ovviamente che mi stia sbagliando alla grande -se vi sembra che non abbia considerato, o considerato male, qualche punto, fatemi sapere nei commenti!

Ps, non è finita, se non l’avete ancora fatto, leggete anche

[1] ALLEGATO I – la gara pubblica 

Come funziona una gara pubblica -soprattutto, possiamo fidarci? Il regolamento completo credo sia questo: auguri.

Da quello che ho capito, comunque: l’amministrazione che indice la gara può fissare paletti sulla qualità, ed ammettere solo imprese che ne garantiscono il rispetto; ha poi la scelta tra le offerte promosse se aggiudicare automaticamente la vittoria semplicemente a quella più economica (prezzo più basso), oppure se valutare ulteriormente la qualità e scegliere il miglior compromesso (offerta più vantaggiosa).

Questo in teoria. In pratica, voce mi giunge che il controllo della qualità è pressoché inesistente. Chi fa il prezzo minore si aggiudica la commessa, a prescindere da quanto sarà pessimo il sevizio che offrirà. In tal caso, sarebbe un disastro ma…  allora, il disastro è molto più generale -gare pubbliche sono usate ovunque; e muovono immense quantità di denaro, acqua o non acqua. Evitare di affidarci alla gara perché non funziona è nascondere la testa sotto la sabbia …forse, anzi, allora l’acqua potrebbe essere la goccia che ci costringe a svegliarci e a cambiare un sistema che non funziona -con vantaggi epocali, ben maggiori del singolo ambito che stiamo discutendo.

Comunque, ricordo, la legge è stata modificata: la gara può essere evitata in vari modi, per quanto tenuti sotto controllo.

[2] ALLEGATO II: – Bolletta vs. tasse.

Il primo problema, è che di fatto ricorrere alle tasse spesso e volentieri non si può: in genere gli enti locali hanno vincoli che gli impediscono di alzarle; e se anche potessero farlo, o ridurre le spese, in genere avrebbero capitoli di spesa più urgenti.

Ma qualora sia possibile, cosa succede se l’acqua è pagata in misura significativa dalle tasse? Ci sono diversi inconvenienti:

  1. si perde in trasparenza: solo la buona fede degli amministratori garantisce che si stia spendendo la quantità giusta di denaro; e sappiamo quanto possiamo fidarci.
  2. si livellano i costi, visto che le tasse non distinguono tra chi fa economia e chi la spreca: si riduce la pressione al risparmio.
  3. al solito, non possiamo ignorare che ogni spesa dello stato sarà finanziata in buona parte dagli impiegati dipendenti; mentre chi più dovrebbe pagare spesso e volentieri non lo fa. Certo, nel Belpaese si evade anche l’acqua, ma molto meno -e soprattutto, le situazioni che ho trovato sanno tanto di amministrazione che finora ha chiuso un occhio per ingraziarsi i cittadini, sapendo di potersi rivalere all’infinito sui soldi pubblici. E così, di nuovo paghiamo anche noi i comodi dei cittadini furbi e degli amministratori disonesti -scommettiamo che senza finanziamenti pubblici, la gestione sarebbe molto meno distratta?

Certo, esiste un’unica, ma ben grossa incognita:

  1. le tasse sono proporzionali al reddito. Le bollette, soprattutto se di una società privata, di base no.

Questo dà qualche ragione a chi grida “ci lasceranno morire di sete” -magari portando ad esempio paesi del terzo mondo in cui questo è effettivamente avvenuto a causa delle multinazionali. Tuttavia: si spera che il nostro stato sia un po’ più serio; o se non lo è, che noi saremo in grado di pretendere che lo sia. Mi pare evidente che lo stato potrebbe e dovrebbe stabilire, sia nel singolo bando di gara, sia come legge nazionale,  limiti alle tariffe e tutele per chi, per motivi di reddito, non può pagare tariffa piena (se alle aziende non sta bene, non si presentino alle gare e la gestione tornerà, senza alcun referendum, di fatto pubblica).

Purtroppo non sono riuscito a trovare, su questo argomento, un solo riferimento utile. Se qualcuno di voi ne sa qualcosa, per favore mi faccia sapere se è allo studio una regolamentazione di questo genere, oppure se, al contrario, è impossibile che venga effettuata. Questo punto è chiaramente fondamentale.

Informazioni su francescodondi

Qui il mio curriculum online. "nerd score"
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

8 risposte a Riflessioni sui referendum -parte 2°: Acqua

  1. Pingback: Sogni di referendum | Non al Denaro. Non all'Amore. Nè al Cielo.

  2. Pingback: Riflessioni sui referendum -parte 3°: Legittimo impedimento | Non al Denaro. Non all'Amore. Nè al Cielo.

  3. Riccardo ha detto:

    Ciao. Sono più o meno d’accordo con te su quello che hai scritto. Del resto recepisce molti dei motivi per cui io stesso attaccai quel volantino in bacheca in collegio.. Il fatto è che questo tema è estremamente tecnico, e porlo in modo: “acqua bene comune”—>no privati(e no profitti) è efficace ma ingannevole. Tralasciando il fatto che si parla dei servizi pubblici, la normativa europea impone appunto le gare pubbliche. Vogliamo chiederci perchè? Come dice Nicolas l’acqua è un monopolio naturale. Significa che è impossibile la concorrenza? No. La teoria economica ha dimostrato come un meccanismo d’asta per le licenze, con durate ragionevoli (non 90 anni per le spiagge!!) e comunque con vigilanza e regolamentazione adeguate porta ai risultati ottenibili con la concorrenza (o almeno di 2nd best, come si suole dire..). é ciò che avviene con le licenze per la telefonia mobile, per le TV (sì, lì c’è un conflitto d’interessi.. vabbè..), per tante altre cose.. Ma cosa significa “concorrenza”? Significa portare al minimo i profitti delle imprese. Certo questo è un mondo ideale..
    Nel reale c’è il rischio che una volta ottenuta la licenza si abbiano effetti negativi, ma quindi siccome non siamo in grado di fare una vigilanza corretta, ci affidiamo direttamente alla bontà dei vigilanti? Milano è il migliore in Italia. Ok. Direi che non vi sono praticamente privati in italia, tranne Sicilia (e vabbè..) e mi pare nel Lazio (dove ci sono indagati, patologico..) per forza che è migliore il pubblico.
    La qualità delle acqua non può ovviamente peggiorare, non è che non si faranno più i controlli sanitari, ci mancherebbe!
    Infine sulla bolletta vs tasse faccio solo alcune riflessioni. Con le tasse io cittadino pago un servizio che poi è dato principalmente a: industrie, agricoltori, ricchi con piscine, giardini,… Con la bolletta pagherebbero loro. I poveri che nella famiglia non riescono a pagare 50-100 euro in più all’anno di bolletta probabilmente non hanno nemmeno l’allaccio o non hanno la casa… Siamo in Italia non nel Burkina Faso per fortuna..
    Detto questo non per forza pubblico è peggiore di privato.. quindi per me è meglio scegliere caso per caso..
    Ciao!

  4. Nicolas ha detto:

    Prima non ho scritto in italiano. Spero che riuscirai cmq a tradurre!

  5. Nicolas ha detto:

    C’è una piccola cosa che tralasciato, di grande importanza: Vogliamo privatizzare qualcosa che non ha concorrenza, se non nelle aste pubbliche ( e quello che succede nelle aste pubbliche si sa benissimo, spesso e volentieri, sopratutto se poi la gente non può neanche ribellarsi, perché non possiamo fare a meno dell’acqua e non possiamo cambiare Gestore. Un qualche accordo tra politici e imprenditori, oppure un accordo tra gli imprenditori stessi, potrebbe benissimo avere effetti poco piacevoli.
    Il ftt che l’acqua possa peggiorare la qualità è gravissimo.
    L’acquedotto migliore d’Italia dicono che sia quello di Milano a gestione pubblica. Altri in gestiti in parte da privati non hanno avuto risultati altrettanto buoni.

  6. Pingback: Riflessioni sui referendum -parte 1°: Nucleare. | Non al Denaro. Non all'Amore. Nè al Cielo.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...