Che fine ha fatto il federalismo?

Pochissimi ieri hanno seguito il seminario organizzato in Galileiana dall’Associazione Alumni. C’erano più ospiti esterni che galileiani -ed io ero, direi, l’unico non giurista, o al più economista.

Beh ragazzi, lasciate che ve lo dica: avete fatto un errore, è stato fenomenale.

Prima ha parlato Gilberto Muraro. Tanto per ricordare che alla Galileiana puntiamo in alto, per chi non lo conoscesse, è stato Rettore della nostra università di Padova dal ’93 al ’96, dopo essere stato prorettore dal ’87. In concreto, è stato invitato in virtù della sua cattedra di Scienza delle Finanze presso Giurisprudenza.

E niente, è questo tipo dal colore dominante grigio; di quel tipo di grigio che suggella l’autorità dello spirito, in contrasto all’inizio del declino del corpo. Ci ha fatto un discorso molto equilibrato, e interessante.

Ho scoperto all’improvviso che le leggi sul federalismo fiscale ormai ci sono, quasi pronte a funzionare; e (aggiungo io, nonostante il governo che le ha proposte) a funzionare bene. Le disposizioni in lavorazione, infatti, incorporano ed armonizzano ragionevolmente tutti i tre punti cardine della teoria economica della devolution come dovrebbe essere: autonomia, responsabilità, solidarietà. Ebbene, sì: nonostante i proclami di Bossi & co. avessero convinto del contrario (probabilmente in primis i loro elettori), anche l’ultima è sulla via della piena implementazione.

Il modello è, del resto, costruito attentamente in modo da permettere che questa desiderabile solidarietà non intacchi, come subito verrebbe a noialtri da pensare, il principio della responsabilità: se, infatti, il parametro secondo cui sono effettuati i trasferimenti solidali sono i costi standard anziché, come ora, quelli storici, sarà data a tutti gli enti locali, fornendo i finanziamenti indispensabili ad integrare dove necessario il gettito locale, la possibilità di fornire i servizi a cui i cittadini hanno diritto; saranno poi i cittadini stessi a vigilare presso i loro amministratori locali (che possono controllare, oggettivamente, molto più da vicino che non qualcosa che dipenda da Roma) affinché tali fondi siano utilizzati nel migliore dei modi nel loro interesse.

Per la spesa sanitaria, ad esempio, che fa la parte del leone nei bilanci delle Regioni, è stata trovata in questo senso una soluzione ineccepibile. I versamenti saranno ripartiti in funzione della composizione per fasce d’età della popolazione: questa soluzione può essere mostrata essere ottimale sotto tutti i punti di vista. Studi mostrano, infatti, che, pur essendo molto semplice, questa tecnica cattura in modo sufficientemente affidabile il reale fabisogno di risorse del sistema sanitario; allo stesso tempo l’algoritmo possiede un’altra caratteristica considerata molto desiderabile: non è influenzabile da decisioni interessate. (per dire: se si decidesse di pagare un comune in proporzione della superficie dei suoi uffici pubblici, c’è da giurare che qualcuno comprerebbe un vasto capannone dismesso fuori mano, per tenerci il minimo per chiamarlo “ufficio”…l’algoritmo scelto per la sanità sembra offrire buone garanzie contro trucchi di questo tipo)

Certo, ha anche ammesso en passant, è vero che nella direzione del federalismo (o devolution) ci si è mossi già da decenni, ed è vero che l’effetto finora è stato accrescere l’apparato regionale e anche quello centralista; come è vero che, attualmente il processo di definizione delle procedure si è incagliato di fronte alla maggiore complicazione di stabilire un costo ragionevole per le ben più variegate prestazioni dei comuni, e conseguenti veti incrociati sul delicato argomento, nonché da una notevole generale sfiducia dei comuni verso la propria stessa regione. Ma insomma, dagli errori del passato abbiamo imparato, da quelli del presente impareremo a breve; stavolta la strada è giusta.

Poi ha parlato Bertolissi. Che è questa persona qui

E se prima il colore era il grigio, qui è assolutamente il bianco. La prima impressione è che gli anni lo abbiano levigato e quasi sbiadito ma ripulendolo, consegnandolo ad una vecchia senza tempo. Un’impressione che sono abituato ad associare all’alto clero; e quindi, sulla scia di Oscar Wilde, ad una beate disabitudine al pensiero. Durante il discorso di Muraro è rimasto dimesso e incolore a margine -ma avrebbe ben presto dissipato totalmente quest’idea.

Certo, se l’avessi conosciuto, sarebbe bastato il suo curriculum: oltre ad essere professore di Diritto Costituzionale a Padova, ad aver pubblicato sul tema del federalismo fiscale fin dal 1987, è stato scelto dalle regioni per rappresentarle come avvocato di fronte alla Corte Costituzionale. Ma, meglio così: neppure questo avrebbe potuto comunque impressionarmi altrettanto.

Ha letteralmente ripreso colore, nel momento in cui ha potuto lanciarsi nel suo discorso; che nonostante il suo mestiere di avvocato (ed anzi un certo qual conflitto d’interessi, visto il suo incarico) sarà difficile convincermi non fosse dettato da una passione non solo sentita, ma bruciante. Un’oratoria ed un’indignazione che, perdonate, sarà il momento, non ho potuto fare a meno di paragonare a Beppe Grillo; certi toni erano davvero simili. Ma un Beppe Grillo con la classe e la competenza di un costituzionalista di prim’ordine. Neppure posso dire che sia a metà tra le due cose: è proprio entrambe al 100%; qualcosa che difficilmente avrei creduto se me lo avessero raccontato. Uno spettacolo da non perdere.

Io passo sempre per quello pessimista, ha esordito, ma qualcuno sa indicarmi una sola riforma, UNA, che abbia funzionato in questo Paese?

Insomma, per quanto belli possano essere i modelli a cui ci si ispira, non si arriverà mai da nessuna parte finché non c’è alcun segno di miglioramento né da parte di una classe politica che fa leggi coi piedi, attenta soltanto a giocare con espressioni ambigue da poter poi reinterpretare a vantaggio dei propri interessi di riferimento, né da una classe di amministratori locali la cui cultura continua ad essere fondata sul chiedere soldi al centro. E soprattutto, se non cambierà la Corte Costituzionale; descrittaci a tinte vivissime come una torre d’avorio e ‘centro della paralisi’; simbolo e riassunto di una cultura giuridica astratta e bizantina, fatta da gente “che non ha mai visto un’impresa”, che preoccupata esclusivamente di “appiccicare etichette” giuridicamente corrette, non penserà due volte a mandare l’Italia verso il disastro, ogniqualvolta apparirà la scelta più formalmente costituzionalmente corretta. E questo non è in effetti trascurabile, come a prima vista potrebbe sembrare: in questo periodo di rivolgimenti, in cui si cerca di forzare sul Paese una cultura sì migliore, certo necessaria, ma ad esso totalmente estranea, gli attriti sono inevitabili e fortissimi; il modo con cui si decidono, in ultima istanza, i contrasti ai vertici dello Stato è inevitabilmente la Corte Costituzionale.

Naturalmente, il seminario si è chiuso con l’assicurazione del direttore Barbieri che la Galileiana non formerà azzeccagarbugli, ma persone in grado di interpretare la legge con sguardo aperto ed ampio per il bene di tutti, ed un futuro più radioso.

Peccato, certo, che sia rimasta sostanzialmente senza risposta la domanda più interessante, ovvero: al di là della bellezza teorica, delle ‘opportunità’ che ‘dovrebbero’ portare grandi benefici, e di fronte invece a casi in cui lo Stato è già dovuto tornare ad intervenire talvolta perfino con l’esercito per salvare situazioni finite fuori da ogni controllo, quali basi abbiamo per contare che le regioni e i comuni faranno davvero meglio, alla prova dei fatti?

Informazioni su francescodondi

Qui il mio curriculum online. "nerd score"
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