Dai diamanti non nasce niente: Germania, Euro e la virtù che uccide

Non sono uno di quelli che critica l’Euro e la BCE a prescindere. Tuttavia, già qualche tempo fa ho esposto alcune considerazioni, e dubbi sulla sostenibilità dell’Euro così com’è. E credo sia il caso di ritornare a parlarne, perché recentemente ho capito alcuni altri punti molto interessanti su cosa davvero sta succedendo.

Ricapitoliamo un attimo cosa dovrebbe succedere in un’area valutaria ottimale. Anche eliminata la variabile “cambio”, non è vero che non ci siano meccanismi di regolazione automatica.

Prendiamo il caso di …Cina ed Usa. Che, ovviamente, non sono una “area valuaria” propriamente: ma la Banca Centrale cinese ha fatto il possibile e l’impossibile per ottenere, nonostante l’avanzo commerciale monstre, un cambio pressoché fisso da vent’anni. Questo fa sì che non possa essere il cambio a riequilibrare l’enorme squilibrio. E tuttavia (come ho notato in un precedente articolo), i salari cinesi stanno crescendo enormemente in termini nominali -dagli anni ’90, costantemente più del 10%.

Questo significa, ovviamente, da una parte che i lavoratori cinesi sono sempre più ricchi, ma dall’altra parte che sono sempre meno convenienti per gli investitori stranieri: il loro costo aumenta rapidamente. Questo è un riequilibrio automatico -ripeto: anche in presenza di un cambio di fatto fisso. E l’esito “naturale” è ottimo, ovvero… che la Cina diventi un Paese ricco. Che, allineatasi la sua ricchezza alla produttività, venga meno l’eccesso di competitività, ma d’altra parte possa sostenersi sempre più con i consumi interni; diventando infine uno dei traini dello sviluppo a livello mondiale, al pari di USA e (se si rimetterà in carreggiata) Europa.

Vale la pena di notare, del resto, che la Cina è già oggi una vera e propria “locomotiva” per metà almeno del globo. Se le sue esportazioni creano deficit nel Primo Mondo, le sue importazioni, ormai quasi altrettanto importanti, sono per il Terzo Mondo, in particolare per i suoi vicini asiatici, una manna dal cielo.

Veniamo invece alla Germania -spesso chiamata “locomotiva d’Europa”:

Quando si dice la fortuna: ci è toccata una “locomotiva” che, con grande impegno… spinge indietro tutti quanti!

Qual è la differenza? Il problema sta proprio in quella …che, pensate, ho talvolta sentito decantare come una delle “virtù” della Germania: la moderazione salariale. Nella lingua del sì: gli stipendi bassi.

Sembra ridicolo: la Germania ha stipendi bassi? Sì, di fatto, ha stipendi relativamente bassi: ricordate che quello che conta è il rapporto stipendio/produttività. Questo, per inciso, è quel che mi è sfuggito nel precedente articolo; quando credevo che il problema fosse soltanto la differenza di produttività. I tedeschi sono molto produttivi. E, non vi sorprenderà sapere che in questi anni la produttività tedesca è cresciuta più rapidamente di quella italiana. Ma: non ci sarebbe nessun problema, se anche gli stipendi fossero cresciuti di pari passo. La competitività relativa sarebbe restata invariata. Il problema è che hanno fatto questo:

Di fronte a questo grafico, se sei un imprenditore, e non stai già facendo le valigie per trasferire la produzione in Germania (tenendo conto anche della produttività sempre più superiore), sei davvero poco furbo.

E infatti, gli effetti si vedono: la bilancia commerciale di tutta la periferia è sprofondata, quella della Germania è decollata.

È virtù, questa? Forse per l’Italia, che grazie all’aggressività dei sindacati, e dei comunisti fortissimi in Parlamento, ha una lunga storia di salari cresciuti più della produttività

Gli imprenditori (che hanno visto comprimere i loro profitti) hanno ancora il dente avvelenato. Si può vedere perfettamente nell’accanimento della Fiat nelle recenti dispute sindacali… e ancora pesa, purtroppo, nelle urne.

Dovrebbero rendersi conto che questa è storia vecchia: vedete bene, che dagli anni ’90 ci siamo riallineati (e in seguito siamo cresciuti circa in linea con la produttività -cioè quasi zero).

Ci siamo riallineati, e quindi tutto sarebbe circa a posto, se la Germania non si fosse aggressivamente disallineata nella direzione opposta. (è riuscita svalutare de facto -the hard way)

Fu vera virtù? Ognuno è libero di chiamare le cose come crede, naturalmente. Ma vorrei ricordare una cosa

Se sei in un vicolo buio, con un portafoglio gonfio in tasca, ed un tipo losco con un sorriso maligno di fronte, non è di grande conforto sapere che ha fatto grandi sacrifici per diventare un virtuoso del pugnale.

Ed ora, un piccolo dettaglio. Che cosa significa comprimere i salari?

Significa aumentare i profitti degli imprenditori. Ovvio.

Adesso possiamo capire cosa sia successo. Non mi pare un immenso complotto -se non, forse, nelle fasi finali.

Dunque: sei un imprenditore degli anni ’90. Sei finalmente appena riuscito a mettere un po’ di ordine in Europa: non c’è ancora l’Euro, ma ugualmente lo SME ha messo la parola fine alle svalutazioni selvagge.

Proprio quando pensavi di poterti godere un po’ di tranquillità -ecco che arriva prepotentemente sui mercati la Cina. È una crisi che probabilmente si risolverà positivamente -ma, per i prossimi decenni, la vedi comunque piuttosto grigia.

Una soluzione potrebbe essere svalutare. Ma è davvero difficile contro una Cina determinata a mantenere un cambio fisso -e poi, svaluteresti anche i tuoi risparmi.

E allora, c’è un’altra soluzione per far parzialmente sopravvivere l’industria europea, senza costringere chi vuole fare profitti a delocalizzare -che, insomma, è comunque un costo, un rischio; e, del resto, non è certo ben visto da chi comunque vorresti comprasse i tuoi prodotti?

Per fortuna sì: una grande riforma del lavoro. La flessibilità/precariato. Che da una parte aumenta la produttività; dall’altra, ovviamente, diminuendo il potere contrattuale dei lavoratori, comprime i salari.

Così, dagli anni ’90 tutti i governi cercano insistentemente di far passare riforme in questo senso.

…ma, ci riescono solo a metà. Soprattutto nei paesi mediterranei, per una serie di motivi:

  1. gli stipendi non sono granché, per essere paesi occidentali (lo standard di vita è dato dalla Tv, e quindi comune). I lavoratori si rendono conto benissimo che diminuirebbe il loro potere contrattuale.
  2. la disoccupazione, al contrario, non è ancora così alta da far paura.
  3. …tuttavia, fa paura diventare disoccupati, perché non ci si fida (e di nuovo, assolutamente a ragione) che lo Stato offra sufficienti tutele.

Il risultato: nei paesi mediterranei si riesce a strappare il precariato assoluto a margine; ma lo zoccolo duro dei lavoratori resta iperprotetto come negli anni ’70. Questa soluzione così sbilanciata aiuta forse a contrastare (temporaneamente) l’aumento della disoccupazione giovanile, ma fondamentalmente fallisce tanto nell’aumentare la produttività, quanto nell’abbattere gli stipendi -e quindi la competitività rimane al palo. Tempi duri, per le imprese.

In Germania, invece, si ha la situazione esattamente opposta. Gli stipendi sono alti, non è così drammatico ridurli. Viceversa, la disoccupazione è un problema serio: nei primi anni del 2000 è attorno al 10%. Altro punto importante: i cittadini possono fidarsi che lo Stato non li lascerà mai a sé stessi, qualunque cosa succeda.

Poi, naturalmente, c’è il carattere nazionale. L’italiano gioca a parlare di Italia, quando le cose vanno bene; ma, al dunque, la vera Patria che difenderà con i denti è il suo personale orticello -di cui il posto fisso è ormai un punto fondante. Tanto, ci sarà sempre qualche fesso che paga per me… in questo caso col cerino in mano sono restati i giovani, per inciso; ma non è bastato.

Il tedesco, per converso, è profondamente (al limite, ottusamente) nazionalista per davvero. Se i potenti della Germania dicono convinti “c’è da fare questo sacrificio, perché la Germania è minacciata”, il cittadino tedesco si mette a testa bassa …e scatena una forza d’urto enorme, al limite del sovrumano. L’ultima volta, quando il nemico erano ebrei e comunisti, hanno sommerso tutta Europa di ferro e fuoco. Oggi che le armi sono passate di moda, ed il nemico è l’operaio cinese, e l’idraulico polacco, hanno sommerso l’Europa ed il mondo …di merci: milletrecento miliardi di surplus in 10 anni con l’Europa -e quasi altrettanti con il resto del mondo.

La cosa ridicola di tutto questo è, ovviamente, che …allora la Germania non era poi così minacciata, si direbbe! Certo, questo non era poi così evidente negli anni ’90, quando la globalizzazione era ancora una cosa nuova, ed era difficile valutare i confini della sfida che poneva; e del resto, non era detto che i paesi periferici non riuscissero a fare riforme che li rendessero a loro volta molto più competitivi.

Oggi, però, dovrebbe essere evidente. I cittadini tedeschi hanno fatto troppi sacrificiavrebbero potuto essere molto più ricchi, oggi. Se i salari fossero saliti in linea con la produttività, sarebbero più alti di un buon 10%. Ok, chiaramente non avrebbero potuto salire tanto, la concorrenza della Cina c’è davvero. Ma appare abbastanza evidente, visto il surplus attuale, che potrebbero salire, diciamo, del 5% senza andare in deficit.

Se proponessero una decurtazione del 5% sui depositi bancari, sarebbe la rivolta di piazza (…il mondo è appena andato in isteria totale per un prelievo esattamente di questa entità a Cipro, buon Dio). Perché non c’è la stessa rabbia per un taglio del 5% dello stipendio?

Fattori psicologici, naturalmente. Ma c’è anche il problema …che il tedesco è nazionalista. Gli hanno detto che quel surplus-monstre è il glorioso premio per la sua virtù nazionale -e lo difenderà con le unghie e coi denti. Anche se, naturalmente

…non un cent di quelle migliaia di miliardi che passano sulla sua testa -e per il suo lavoro- andranno a lui, ovviamente. Gli stipendi sono fermi. È tutto guadagno degli industriali. Ma lui è nazionalista, “tifa” Germania, povero comunque di certo non è, e quindi problemi non se ne pone…

Ah: che cosa c’entra l’Euro in tutto questo? C’entra, perché la situazione non sarebbe arrivata a questi estremi senza.

Con il cambio variabile, (a meno di ciclopici -e costosissimi- interventi della Bundersbank) la moneta si sarebbe rapidamente apprezzata, fino a riportare la competitività e i saldi commerciali a livelli ragionevoli. Vuol dire, tra l’altro, che i lavoratori tedeschi avrebbero avuto la loro giusta parte di guadagno. Qualunque le dinamiche interne -il cambio avrebbe rigonfiato gli stipendi reali, tendendo continuamente ad allinearli alla produttività. (gli industriali tedeschi avrebbero guadagnato meno, ma ce ne saremmo fatti una ragione)

Grazie all’Euro, invece, naturalmente la spinta alla rivalutazione si scarica sull’intera area monetaria. Così, in pratica: i lavoratori tedeschi hanno pagato la concorrenza della Cina anche per quelli italiani. Ma, dall’altra parte della barricata, le imprese italiane hanno pagato per quelle tedesche.

Così, strette tra la Cina da una parte e la Germania dall’altra, per le nostre imprese la sopravvivenza si faceva un’impresa eroica…

Certo; finché l’economia mondiale “tirava”, potevano quasi reggere. Inoltre c’era l’Euro, che ha un altro effetto: la mobilità dei capitali, ovvero il credito facile. Così, le aziende periferiche, con l’acqua alla gola per un mercato del lavoro con stipendi non concorrenziali, potevano tirare avanti -a forza di debiti. Del resto, la mancata crescita dei consumi tedeschi è stata in parte compensata dal fatto che nei paesi periferici non solo, grazie all’Euro e quindi alla tenuta di valore della moneta, i consumi non sono diminuiti -ma sono anzi aumentati, grazie al credito al consumo a tasso zero o quasi.

La cosa divertente, e che vale la pena sottolineare, è che gli stati sono stati responsabili: ben lungi dall’usare le vacche grasse per spendere e spandere, la buona volontà c’era tutta di usare il momento favorevole per ripagare i vecchi debiti -e ci stavano riuscendo! Il grande aumento è stato del debito privato.

Poi è arrivata la crisi. Ed il castello di carte è crollato.

Con l’aumentare del rischio (complice lo scandalo del trucco greco sui conti -ma il fenomeno era iniziato prima), il credito, con la stessa facilità con cui era affluito nella periferia, ha cominciato sempre più a scalpitare per tornare a casa, al sicuro. Le imprese si sono trovate allo stesso tempo con sempre meno vendite, e sempre meno credito -inevitabilmente non ce l’hanno più fatta; hanno cominciato a chiudere, o a licenziare. Innescando, ovviamente, ulteriore caduta dei consumi. Quindi, ulteriori cali delle vendite. Ulteriori licenziamenti, ulteriori strette al credito. E così via; tutto lo squilibrio di oltre un decennio in uno-due anni è esploso.

Nessuna sorpresa, che i bilanci dei paesi periferici sono finiti in profondo rosso. Non per spese clientelari: se la spesa è inefficiente, lo pagano i cittadini con un minore tenore di vita -questo non preoccupa il mercato. Il problema è: meno tasse, più cassa integrazione -il colpo è micidiale. E quindi: bilanci in rosso, economia in coma, capitali nervosi -risultato: fuga anche dai titoli di stato… quindi, spread. Che a sua volta si autoalimenta.

Così, la crisi è fiorita in tutta la sua stupenda mostruosità.

E non è che abbia intenzione di finire, eh. In USA la ripresa, pur tra le contraddizioni, c’è. Anche in Germania, nonostante sia frenata dalla contrazione dei consumi in Europa (toh). In Italia?

…più che una ripresa, è un rimbalzo del gatto morto.

E non era difficile prevederlo. Di fronte al calo della competitività relativa, che ha cominciato a far venire alle aziende una gran voglia di fuggire, i politici e i sindacati (con pieno appoggio popolare) hanno risposto senza assolutamente capire, ma scagliandosi di volta in volta contro i sintomi. Si è arrivati a regalie esagerate -“resta, ti paghiamo noi!”. Ora, ovviamente, non sono più possibili (…in mancanza, si è arrivati alle minacce alle imprese intenzionate a chiudere).

Questi atteggiamenti di rigidità politica hanno forse frenato la fuga. Ma, infine, l’inevitabile: una bella crisi… “finalmente” la grande fuga è avvenuta, per forza di cose. E adesso, chi è il pazzo che investirebbe soldi nuovi qui?

Senza un riequilibrio della competitività, siamo destinati a diventare un paese industriale fallito. Una repubblica dei pomodori D.O.P. e delle dorate spiagge per i tedeschi che hanno voglia di spendere …e che quando non hanno voglia di spendere, vive di rimesse degli emigranti.

Bene. E come ha reagito la politica?

Perché, insomma, prima della crisi si poteva dire che eravamo noi ad eleggere dei cialtroni, ingabbiati in una dialettica politica cronicamente provinciale e miope, l’Europa dal canto suo rispettava la nostra sovranità cantando “finché la barca va…” (me ne approfitto); e quindi, nessuna sorpresa che le cose siano andate come sono andate.

Ma poi sono arrivati i “tecnici”. Monti. Draghi. Che non voglio credere non abbiano capito molto bene il problema. E allora: come hanno pensato di uscirne?

Cosa si poteva fare?

Ora, uno Stato indipendente e sovrano non ha scelta. Se l’aggancio ad una valuta estera forte si dimostra insostenibile, è inevitabile una svalutazione. Che riduce gli stipendi, di fatto: ma, nel momento in cui riduce anche il costo di ciò che si acquista in patria, fa danni soltanto per ciò che si acquista dall’estero. Può essere un colpo per alcune voci di spesa, e per alcuni settori produttivi; ma, di fatto, è un colpo che abbiamo sempre sopportato.

Mi pare che si sia cercato di mettere in opera una svalutazione “de facto”. Cura d’urto: flessibilizzazione del lavoro -e, blocco delle assunzioni e degli stipendi nel pubblico. Vediamo un po’ se non abbassano le pretese (e se non lo fanno, esortiamoli esplicitamente ad essere meno choosy).

Del resto, la svalutazione de facto è più o meno quello che ha fatto la Germania -ed il motivo per cui se la passa così bene, no? Ritornate un attimo al grafico di confronto tra gli stipendi italiani e tedeschi: nel 2003 gli stipendi cominciano a calare significativamente -e la produzione industriale ad impennarsi. È, con ogni probabilità, l’effetto della riforma del lavoro Hartz; il modello di Monti.

Ma… la Germania l’ha fatto quando era conveniente farlo. Negli anni 2003-2008 l’economia mondiale tirava: abbastanza per assorbire l’eccesso di produzione -ed il difetto di domanda dei lavoratori tedeschi.

Pretendere di fare la stessa cosa ora… beh, funziona quanto alla bilancia commerciale -soprattutto grazie alla contrazione dei consumi. È un disastro per tutto il resto, come possiamo vedere.

È come essere alla giuda di un immenso treno carico, lanciato a folle velocità su un terreno di saliscendi collinari -e l’obiettivo è rallentare il più possibile. L’unica cosa che gli Stati possono fare è tirare il freno della locomotiva, ed il rallentamento si trasferirà ai vagoni successivi. La Germania l’ha fatto per 5 anni mentre si era in salita, dunque la velocità già non era così folle, e ha retto bene. Ma inchiodare in discesa (come stiamo facendo) è deleterio. L’onda d’urto si propaga all’indietro colpendo un vagone dopo l’altro a piena forza -con il rischio di sbriciolare il carico. Se non di deragliare.

-fuor di metafora: gli stipendi si riducono, quindi i consumi si riducono …già qui. Andavano ridotti, in qualche modo, ma la riduzione mediante licenziamenti lascia qualcuno con la possibilità di comprare il televisore giapponese e l’auto tedesca a buon prezzo come sempre -e qualcun altro a contare gli spiccioli per il pane e il latte. Ma, andiamo avanti. Come ovvia conseguenza si riducono i fatturati e il PIL …i debiti no. Ops.

C’era un’alternativa, per tirare il freno contemporaneamente in ogni carrozza, e far rallentare tutto il treno riducendo al minimo lo shock? Si, c’era, una volta; si chiama svalutare. (ops)

Ma, questo supponendo che lo Stato debba cavarsela da solo. A qualcuno sfugge che il problema è stato reso possibile dal fatto che siamo in un’unione. È così folle pretendere che anche la soluzione venga gestita in maniera unitaria?

C’erano altre soluzioni? Sì. Lo squilibrio nasce dal fatto che la Germania riduce gli stipendi. Li alzi. È stata così abile a contenerli -non mi si venga dire che non sanno come alzarli. Né, che non sono consapevoli che il problema esiste: semplicemente, preferiscono ignorarlo. Lapalissiano il perché: agli industriali tedeschi conviene. Eccome se conviene.

E perché gli industriali, e i governi, degli altri paesi non alzano la voce? Davvero l’intera Europa è ostaggio della Germania, e di forse altri 4 paesi che la appoggiano? Ovviamente no: evidentemente sono le nostre élite che sono d’accordo a loro volta.

E il motivo non è difficile da intuire. L’aumento degli stipendi in Germania farebbe ripartire la “locomotiva” europea, sì; si tornerebbe ad un equilibrio accettabile. Ma -un equilibrio di salari alti; e quindi, profitti scarsi (Cina, sempre) …più conveniente cavalcare la situazione (conveniente per chi ha le spalle abbastanza larghe per sopravvivere -ma sono loro a controllare i media), pretendere con argomentazioni moralisteggianti che gli Stati si arrangino… ed ottenere rapidamente un nuovo equilibrio mediante un ribasso degli stipendi in tutta Europa. A prezzo di notevoli sofferenze …che farci, business is business.

Insomma, cari tedeschi. Che sia stato pianificato o no in anticipo e concerto -di fatto: la vostra “virtù”, i vostri “sacrifici per la Germania” sono un cavallo di Troia per una lotta di classe al contrario sullo scacchiere d’Europa.

Non sarà facile cambiare mentalità. Ora è completamente al contrario. Sembra così lineare: i paesi della periferia sono inefficienti e spreconi (lo dicono loro stessi), questo è il problema… riducano gli sprechi statali, e tutto andrà a posto. Se cercano di fare diversamente, è perché è più comodo prenderci i soldi che ci siamo duramente sudati -se lo scordino! Austerità è la soluzione!

Dovranno cambiarla.

Chiediamoci: chi ha davvero da perdere per la fine dell’Euro? Ritornate all’articolo del Sole: il 6% del PIL tedesco dipende direttamente dalle importazioni -ed è un livello inaudito. Se decidessimo di andarcene dall’Euro, il collasso completo della moneta sarebbe inevitabile: il rischio dell’uscita degli altri farebbe esplodere gli spread, probabilmente non solo di Grecia e Spagna ma perfino della Francia. Usciti i paesi più deboli, l’Euro (o il neo-marco) schizzerebbe verso i 2$, mentre la lira scenderebbe probabilmente alla parità col dollaro, rilanciando le esportazioni -ed il surplus tedesco si ridimensionerebbe, parecchio. Sarebbero ancora i più produttivi -ma ciò non gli eviterebbe una riconversione industriale traumatica, per tornare a contare sulla domanda interna anziché esterna. Sarebbe una nuova crisi di dimensioni paragonabili a quella del 2008 (6% del PIL). Lo vogliono davvero?

Ah, e uscire significherebbe probabilmente anche il default sul debito estero. La scomparsa di qualcosa come 800 miliardi è semplicemente una bomba H sul sistema bancario europeo. Certo: danneggerebbe anche noi. E non poco.

Ma il punto è che, se danneggerebbe noi, per gli altri sarebbe devastante.

C’è un risultato molto interessante nella teoria dei giochi: si chiama Nash Bargaining Solution. In essenza, afferma che, quando ci sia necessità di un accordo, e si debbano dividere i risultati, la soluzione più razionale è che la parte maggiore vada a chi ha meno da perdere dalla rottura dell’accordo.

Noi abbiamo poco da perdere da un’uscita. Poco almeno relativamente a quanto ha da perdere la Germania e il “centro”, che è tantissimo.

Quindi, altro che succursale della Bundersbank. La BCE dovrebbe essere una succursale della Banca d’Italia, piuttosto. È matematico.

Notare che non ho alcuna simpatia per uscire effettivamente dall’Euro. Come ho spiegato nel mio precedente articolo (linkato all’inizio), l’Europa unita davvero, senza competizioni fratricide, avrebbe un grande potenziale. Mentre la competizione (sistematica) a furia di svalutazioni non è certamente qualcosa che si possa definire sano. C’è una soluzione molto migliore all’interno dell’Euro: la ripartenza della Germania come locomotiva, anziché come spietato concorrente -ed è a quella che dovremmo mirare.

Ma, per ottenere qualcosa, talvolta è necessario puntare i piedi -e minacciare.

Gli USA presero certamente una decisione che è ben difficile condividere (ed è facile invece chiamare criminale) nel 1945, distruggendo ben due città. Quando sarebbe probabilmente bastato dimostrare la potenza della bomba nucleare su qualche atollo disabitato -e minacciare di usarla. Milioni di vite sarebbero state salvate (…e se si fosse arrivato ad usarle ugualmente, la responsabilità sarebbe stata interamente del governo giapponese).

Ma: immaginate gli USA avere la bomba -e dichiarare di non avere intenzione di usarla in alcun caso …sarebbe stato semplicemente stupido, no? I giapponesi sono estremamente determinati (come i tedeschi): avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo. Sarebbe stato uno stillicidio che, infine, avrebbe potuto risultare perfino più tragico della distruzione di due città.

È più o meno la stessa situazione. Siamo seduti su una bomba (uscita e default) in grado di far piombare gran parte dell’Europa e forse del mondo, ma soprattutto la Germania, nell’inverno nucleare. Un governo che abbia davvero a cuore l’Italia (e l’Europa, dopotutto), dovrebbe rendere ben chiaro ai governanti tedeschi che siamo consapevoli che il pulsante rosso l’abbiamo noi -e non abbiamo paura di premerlo, se non accetteranno di cambiare le cose.

Un ottimo inizio, segue dal ragionamento precedente, sarebbe… aumentare gli stipendi ai loro cittadini -non così tragica, come richiesta. E poi i punti che ho già discusso nell’altro articolo, che restano validi: soprattutto una vera unione fiscale, che crei una base comune per regole e tasse, mutualizzi buona parte del debito rinnovandolo a tassi più bassi, e con la differenza realizzi ulteriori investimenti per promuovere la crescita dove è necessario …una prospettiva che, attualmente, sta sparendo invece.

Che dire delle prospettive concrete offerte dalla politica italiana?

Per una volta …Berlusconi è quasi esattamente d’accordo con me. Peccato che la sua credibilità veleggi sempre attorno allo zero assoluto.

Bersani? Concorda sulla gravità della situazione, e sulla necessità di (grande sforzo di concretezza) “un cambiamento” …ma: con che “forza” lo chiederà un -se uscire è impensabile? Bel negoziato, davvero:

Sappiate, innanzitutto, che accetterò. Qualunque cosa mi proponiate andrà bene, perché sarebbe incomparabilmente disastroso per me rifiutare. E ora trattiamo…

…del resto: se le sue capacità di negoziazione sono queste… saremmo davvero in buone mani.

Grillo. Nonostante l’inesperienza e le sparate, dopotutto, la sua posizione non è affatto irragionevole.

Si considererebbe anti-europeo?

Ho solo detto che abbiamo bisogno di un piano B. Dobbiamo domandarci: cos’è diventata l’Europa? Perché non abbiamo una politica fiscale comune, una politica comune sull’immigrazione? Perché si è arricchita solo la Germania?

E l’Italia?

L’Italia non crescerà nei prossimi 5-10 anni. Dobbiamo ripensare completamente l’approccio che abbiamo. Per questo parliamo di sviluppo e non di crescita. E lì mi ispiro anche a voi tedeschi: dal sociologo Wolfgang Sachs del Wuppertal Institut. Anche in altri settori la Germania è un esempio per noi.

In che modo la Germania è un esempio?

La Germania ha aumentato di dodici volte il proprio prodotto interno lordo negli ultimi decenni. Ma oggi i tedeschi nel complesso non lavorano più ore, anche se la popolazione è notevolmente aumentata. Questo dipende dalla produttività, che è importante. Anche noi dobbiamo migliorarla, farla crescere. E si può fare solo con lo sviluppo.

…e forse è l’unico con la coerenza e la spregiudicatezza per battere i pugni sul tavolo davvero, se necessario. Per quanto, non si può ignorare la propensione a farlo quando non è il caso.

Si troverà una sintesi? Arriverà qualcuno di meglio? Troveremo la strada?

Chissà. Intanto, come cittadino ho pensato di contribuire ad un argomento fondamentale, eppure lasciato troppo spesso a fuffari arrabbiati -una voce ragionevole in più non farà male; sperando di esserlo stato. Naturalmente, è una goccia nel mare; per salvare l’Italia ci vorrà molto di più…

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