Riprendendo le Riflessioni sui Referendum (e non solo): i finanziamenti alla scuola privata

Bologna è chiamata alle urne oggi domenica 26 maggio dalle 8 alle 22; su un tema estremamente spinoso. Un argomento tanto eccezionale, che il Pd è riuscito (pur in extremis) a non spaccarsi; bensì infine a schierarsi compattamente, dalla stessa parte di Comunione e Liberazione.

La domanda è nell’essenza questa:

Abbiamo un milione di €. Li diamo (A) alle scuole pubbliche, o (B) alle private?

Il referendum è soltanto bolognese. Altra cosa che non è sempre chiara, e vale la pena ricordare, riguarda unicamente le scuole d’infanzia. Inoltre -si tratta di un referendum consultivo.

Eppure, è da tempo chiaro che non è solo questo, in gioco. Il segnale che il referendum darà trova, palesemente, orecchie ben drizzate e tese a livello nazionale. (tanto, che il presidente della Cei Bagnasco e lo stesso Papa hanno ritenuto di intervenire). È una sfida posta dalla reazione popolare in difesa degli anni ’70, contro la direzione in cui il governo ci ha portato in questi anni. L’onda M5S + Sel contro i ‘professionisti’ Pd + Pdl. Se l’affluenza fosse massiccia, ed il risultato forte, il clima ribollente nazionale rischia di far sentire gli effetti non solo fuori Bologna -ma anche ben oltre il solo campo dell’istruzione; dovunque si parli del rapporto tra beni pubblici e rapporto col privato.

Dunque; pubblico o privato, cosa rispondere? Una cosa viene naturale: andare a vedere la Costituzione. La quale afferma (art. 33):

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

Ovvio il significato, apparentemente.

Eppure: gli avversari del referendum sostengono, incredibilmente, che il finanziamento pubblico ad enti privati non violi l’articolo.

Hanno ragione. Controllate pure al link -è anche una lettura molto interessante per il clima dell’epoca.

Anche se è difficile crederlo, l’Italia non è sempre stata il paese intrinsecamente cattocomunista che siamo abituati a considerala. I Padri Costituenti il dopoguerra non l’avevano ancora visto: ma, tolto lo stato fascista, l’unico modello che conoscevano era la monarchia. Ed era uno Stato (almeno nei principi teorici) liberale.

Pertanto, il rischio a cui tutti pensavano era, al tempo: che si tornasse a favorire l’impresa privata al punto da considerare …come obbligo dello Stato sussidiarla. Mettendo alla pari il dovere di finanziare la scuola pubblica e quella privata: in quanto, entrambi parimenti adempienti alla funzione di istruzione pubblica.

Incredibile? Assurdo? I tempi cambiano, e i fatti sono questi.

Perché noi non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire a favore degli istituti privati; diciamo solo che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato. È una cosa diversa: si tratta della facoltà di dare o di non dare.

I tempi cambiano, ‘accettabile’ e ‘inaccettabile’ sono concetti fortemente relativi… e a molti non farebbe davvero male accorgersene, una volta tanto. La Costituzione è un documento da un’altra epoca.

Bene. Siamo liberi; abbiamo ‘la facoltà di dare o non dare’. Diamo? E quanto?

Andiamo a guardare che cosa conviene, finalmente.

Esaminiamo, insomma, le proiezioni economiche presentate dalle due parti a sostegno della loro posizione.

…sigh… ok. Proviamo ad arrangiarci.

Definire il problema: quali dati abbiamo? Che cosa è fisso; che cosa varia; che cosa vogliamo massimizzare?

La domanda, nel caso specifico, è “dove allocare questi fondi”: pertanto, possiamo considerare la spesa totale una costante. Quello che facciamo variare è la quota che andrà alla scola pubblica.

Inoltre, lo scopo del referendum è “difendere la scuola pubblica”. E ciò che gli si risponde, è che dare finanziamenti alla scuola privata aiuta quella pubblica: lo Stato spende meno per gli alunni alle private; e pertanto, comparativamente gli resta di più per gli alunni delle pubbliche, che non se tutti andassero al pubblico. Proviamo dunque a porci come obiettivo: massimizzare il finanziamento per alunno della scuola pubblica.

Infine, apparentemente si decide uno stanziamento fisso, non una quota di finanziamento per studente. Il numero di studenti dunque dipenderà dai fondi (dal momento che si suppone vengano usati per aumentare la qualità, o ridurre i costi, delle paritarie), ma non viceversa.

Bene. Il finanziamento totale è F. Sia allora s il finanziamento in questione; ovvero le private riceveranno s, il restante F-s resterà alla scuola pubblica.

Ora la variabile: riceveranno questi soldi, ma da dividere per quanti bambini? Sia B il numero totale di bambini; sia b(s) il numero di bambini che si iscriveranno alla scuola privata per un livello di finanziamenti s, B-b(s) sceglieranno invece la pubblica.

Il problema allora è: massimizzare (F-s)/(B-b(s)). Abbiamo ridotto il problema allo studio della funzione b(s) (bambini(soldi)).

Guardando bene, possiamo formulare le affermazioni delle parti nel linguaggio di questo modello -mi pare molto interessante farlo:

  • coloro che sono “pro” finanziamento ripetono: “se lo stato dovesse farsi carico dei bambini che vanno alle scuole private, spenderebbe di più” …insomma, stanno implicitamente affermando che b(0)=0: senza finanziamenti nessuno verrebbe alle private; lo Stato dovrebbe farsi carico di tutti. E, se s è il finanziamento attuale, F/B < (F-s)/(B-b(s)).
  • coloro che sono “contro” affermano “chi vuol mandare i figli alle paritarie lo farà comunque -solo, non coi nostri soldi”. Sostengono, in sostanza, che il finanziamento non influenzerà le scelte delle famiglie: ovvero b(0) = b(s), se s è il finanziamento attuale.

Cosa è più plausibile?

Bisogna dire, i difensori del “sistema integrato” hanno il pregio di tirar fuori i numeri (contro, non posso non rilevarlo, una posizione decisamente ideologica del tipo “no e basta” di molti loro avversari): come si trova da più parti (tra cui un’infografica del Comune, schierato per il “No”)

La spesa pubblica per ogni allievo della statale è di 6.635 euro; per un allievo  della paritaria, invece, l’erario eroga 661 euro (elaborazione Agesc). Il risparmio per lo Stato è di 5.974 euro a studente, ovvero, in totale, di 6 miliardi e 334 milioni l’anno.

Ringraziando quindi per i numeri …siamo sicuri, che la lettura sia questa? Escludendo che le scuole paritarie riescano a costare spettacolarmente meno delle pubbliche -stiamo dicendo che lo Stato copre circa soltanto il 10% del costo totale. Infatti, come controprova, da quanto posso ricavare da una rapida ricerca, le rette si aggirano sull’ordine dei 500-800€ al mese.

…davvero, un rincaro dell’ordine del 10% porterebbe a zero le iscrizioni alle scuole paritarie? Tutto considerato, mi pare che, se hai fatto la precisa scelta di spendere qualcosa come 700€/mese pur di mandare tuo figlio in una scuola privata  …tutto sommato, quasi sempre, sarai disposto a spenderne anche 770.

E se il numero di bambini ‘costretti’ ad andare alla scuola pubblica dall’aumento delle rette è minore del 10%, il pubblico ci guadagna.

Cosa dicono i dati? Fare un modello completo per trovare un senso unitario ai pochi, e disomogenei, dati richiederebbe parecchio lavoro. Ho provato, e non dispero di ritornarvi, ma il tempo stringe. Comunque… già un’occhiata a Wikipedia è molto interessante: l’unico caso concreto che ho trovato, dà ragione alla teoria. Suggerisce anzi quasi b'(s)=0: i fondi pubblici non sembrano influenzare la scelta delle famiglie in modo significativo.

Di conseguenza, mi suona tanto strano lo stracciarsi le vesti di chi si chiede “ma come farà lo Stato ad occuparsi di tutti quei bambini” -dato che, a buon senso, di gran parte di essi non dovrà occuparsi in nessun caso.

Pare quindi che quel milioncino sia, tutto sommato, probabilmente più che altro un regalo alle famiglie, di certo non poverissime, che possono permettersi la scuola privata. Un regalo che, in tempo di ristrettezze, non sembra poi una cattiva idea richiedere indietro.

Dall’altra parte, però: nella migliore delle ipotesi, il guadagno per la scuola pubblica sarebbe del 2%. Di certo meno; quanto, è davvero oltre le mie possibilità prevederlo (per ora). E di certo, sebbene non veda ragione di accodarmi a chi lo dà per implicitamente imminente, neppure posso escludere la catastrofe: le iscrizioni alle private calano sensibilmente, qualche istituto chiude -le liste di attesa esplodono.

Ne vale la pena?

Tenendo conto che, per la verità -il massimo della nostra funzione potrebbe essere anche molto più in là.

Sarebbe così male dare, poniamo, il 60% dei fondi in sovvenzioni alle private -se ci andasse l’80% dei ragazzi? I fondi per la scuola pubblica …sarebbero raddoppiati: 40% per il 20%.

E non è che le altre scuole sarebbero off-limits per i meno abbienti: con un buon sistema di borse di studio calibrato al reddito, il problema sarebbe risolto.

Chiaramente, è pura speculazione, prima di uno studio di fattibilità. Eppure, sarò un inguaribile romantico, ma resto per l’idea dello Stato leggero; che controlli e assista, e ogniqualvolta sia possibile si limiti a questo.

Se questo modello (80% degli studenti/60% dei fondi, o simile) divenisse realtà, in pratica, avresti un sistema in cui è garantito, di base, un servizio, gratuito, migliore di quello di oggi. In più, con un’espansione del sistema di private, non potrebbero restare quasi soltanto scuole cattoliche: si aprirebbe una vera competizione. E se, appunto, le borse fossero calibrate al reddito -a pagare davvero sarebbe soprattutto chi può permetterselo; chi oggi, magari, prende un posto gratis -perché nessuno ha incentivato abbastanza ad inventare la scuola innovativa che potrebbe convincerlo a mettere mano al portafoglio.

“Ma -quella pubblica resterebbe una scuola-ghetto per i poveri”, sento già dire.

È un rischio. Eppure, non può non tornarmi in mente un libro eccezionale; e senza dubbio pertinente: lettera ad una professoressa. Leggetelo, se non l’avete fatto. È intrigante da una quantità di punti di vista; ma mi interessa uno dei messaggi:

è una grave ingiustizia giudicare equamente diseguali

esattamente questo:

Certo, non siamo più l’Italia contadina di allora. Eppure, l’influenza della posizione sociale di origine sul futuro di un ragazzo è ancora forte.

(fonte)

Quindi, siamo ancora in un sistema in cui chi parte da una posizione socialmente svantaggiata ha meno possibilità -o quelle linee sarebbero orizzontali.

E tuttavia questo avviene in modo subdolo; come appunto denunciato nel libro: facendo tutti lo stesso esame, si assume che tutti abbiano avuto le stesse possibilità. E quindi -se fallisci è colpa tua: sei tu stupido; e non c’è nulla da fare.

Del resto; come sottolineato anche nel libro: ripetizioni. Può costare anche migliaia di € all’anno assumere un buon insegnante che tappi i buchi della preparazione. Eppure, nessuno grida alla diseguaglianza. Nonostante, chi può permettersi le ripetizioni, in quella materia avrà certamente voti migliori di un suo uguale nel talento, ma diseguale nell’origine: avrà di fatto avuto, a pagamento, una scuola migliore. Anzi, la beffa -per lo Stato (che non sa delle ripetizioni) …ha senz’altro maggiore “merito”.

EA giudicare dal numero di miei amici che danno ripetizioni, il fenomeno è tutt’altro che marginale.

Eppure, perché nessuno grida allo scandalo -mentre lo si farebbe, se si usassero quei 1000€ l’anno per scegliere una privata particolarmente attenta alla materia in cui ha debolezza?

Lo Stato risparmierebbe 1000€. …pur sussidiandone 5600, attenzione! Sarebbe così terribile? Sarebbe un sistema in cui lo Stato controlla, i privati competono per essere i migliori, e paga chi può pagare -perché tutti abbiano di più.

Ma le scuole pubbliche, certo; se anche avessero più di oggi, per studente -non sarebbero comunque le più scarse? Forse. Possiamo contare sulla religione (se avessimo uno stato laico come dovrebbe, molto di più) per spingere molti verso lidi a pagamento; ma i più vorrebbero qualità effettiva.

Però, c’è un però. Oggi se hai una famiglia disagiata, o disastrata, o se semplicemente hai genitori che non possono crearti un clima stimolante perché umili e incolti loro in primo luogo -o semplicemente, non puoi permetterti ripetizione… vieni bollato: è colpa tua.

Viceversa, se nelle scuole pubbliche andassero principalmente gli strati più bassi della società -chi vi insegna, semplicemente, saprebbe di avere una missione. Non giudicare con un metro inflessibile un campione casuale -ma aiutare chi, senza colpa, parte arretrato nella scala sociale. Essere in prima linea nella battaglia per la giustizia sociale. Con ogni probabilità, se questa fosse la mentalità, il beneficio sarebbe ben maggiore di qualche punto di risorse in più.

Questo sarebbe il sistema che incontrerebbe la mia approvazione -che davvero porterebbe pubblico e privato ad integrarsi per lo stesso fine; consentendo allo stesso tempo la massima qualità, la massima libertà educativa, e la massima redistribuzione delle risorse. Questo io chiamerei sussidiarietà.

Ovviamente, questi sono solo sogni. Non funzionerebbe -troppe cose che possono andare storte.

  • Il sistema di sussidi è vulnerabile alla furbizia. E l’italiano ne ha tanta; ulteriore incentivo a nascondere al reddito, ad esempio… va detto, comunque, che dopotutto già oggi gli evasori hanno la scuola …gratis; quindi peggio comunque non può andare.
  • Una volta individuata una ‘scuola dei poveri’, altro che concentrare le risorse risparmiate altrove; con questa classe politica, verrebbe tagliata fino all’osso, a prescindere.
  • I professori. Coloro, che ci sono e sono tanti, che la vedono la propria professione come una missione, potrebbero concentrarsi dove i loro sforzi possano portare il massimo frutto. Molti altri potrebbero avere l’occasione di vedere meglio la propria missione. Ma la maggioranza resterebbe probabilmente là per le poche ore nominali di lavoro (se tiri via quel che dovresti fare in più), ed il posto più fisso del globo terracqueo (almeno, in fondo al tunnel della precarietà). Contribuendo a lasciare che la scuola pubblica affondi (vedi punto precedente).

E questo ci riporta alla realtà; e alla “sussidiarietà” che abbiamo nell’Italia reale. Il compromesso catto-comunista: una scuola in maggioranza ugualitarista; ma con il suo bel walled garden cattolico esclusivo -finanziato più come favore ad un blocco di elettorato; ma non lontanamente abbastanza per renderlo un’opzione davvero “pubblica”, e non limitata al target di benestanti disposti a pagare extra per mettere il loro figlio, appunto, in un’isola di loro simili.

Così: l’opzione che vorrei non c’è sulla scheda -e forse è meglio così. Quel che più gli si avvicina non mi piace affatto… la tentazione di votare A pur di non trovarmi dalla stessa parte dei melensi “B come bambini”, e della CEI, e di Ferrara, è forte…

Ma, dopo aver cambiato idea una mezza dozzina di volte scrivendo e riscrivendo questo articolo -quasi spero di cambiarla di nuovo leggendo i vostri commenti.

EDIT. Dati ulteriori raccolti durante la discussione su Facebook:

  1. Il sistema integrato vero esiste in Svezia; e sorpresa delle sorprese -funziona.
  2. Il sistema della paritarie italiano è invece di pessima qualità -e, non di poco.

Questo secondo dato si spiega a mio avviso in parte con un bias di selezione -molti che vanno alle private sono capre che sarebbero bocciate alla scuola pubblica; in parte con il fatto che il resto degli iscritti cercano prima una educazione religiosa, e la qualità è secondaria. Comunque, nessuno dei due è un buon segnale.

Viene voglia di votare A per mettere in crisi questo modello; contando che non possano esimersi dal rifondarlo, e lo facciano meglio.

 

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