Libertà -e merito

Ci sono programmi dedicati a trovare massimi di funzioni. Sembra ridicolo; ma tutto dipende dalla difficoltà della funzione: talvolta, è estremamente complesso calcolare anche solo un singolo valore; pertanto, è necessario disegnare algoritmi che ottengano buoni risultati sapendo molto poco. Data l’importanza del problema, esistono numerosi algoritmi anche molto sofisticati. Ma se la funzione è molto regolare, un discreto risultato si può ottenere anche con uno degli algoritmi più ingenui: partendo da un punto, esplorare i valori della funzione in alcuni dei punti vicini -e spostarsi verso quello migliore. Nel caso ci siano due direzioni altrettanto promettenti, tipicamente l’argoritmo sarà dotato di un generatore di numeri casuali, per fare la cosa più logica: scegliere a caso (se questo può accadere, è naturalmente consigliato ripetere più volte il calcolo per esplorare tutte le possibilità).

Questo è, essenzialmente, quel che fa il nostro cervello.

La funzione da massimizzare, è la nostra felicità; lo spazio in cui ci muoviamo, quello delle possibilità che ci sono aperte. Ci guardiamo intorno, e ad ogni scelta prendiamo la strada che ci sembra migliore, sulla base del poco che riusciamo a vedere. Ripetere.

Dov’è la libertà, direte? La mia posizione: non c’è.

E non è una questione di “scienza”. Per quanti esperimenti, certo, possano eventualmente mostrare i dettagli di come la nostra mente funzioni (e possa essere scientemente manipolata) secondo precisi schemi, tutto questo non fa che confermare quello che già era naturale pensare; anche prima di qualunque concreta scoperta. Noi siamo parte del mondo: non c’è motivo per cui la nostra mente dovrebbe comportarsi in maniera diversa. Non saprei, in effetti, neppure immaginare un’alternativa. Cos’è la libertà?

(“ma come”, mi dirà qualcuno “prendo una penna in mano: sono libero di lasciarla cadere o no” …sì; e no. Assunto che non ci sia alcun motivo per fare l’una cosa o l’altra, siete semplicemente l’algoritmo di fronte a due scelte indifferenti: ed usate il generatore di numeri casuali)

Questo genera una quantità di problemi; tanto meglio. Ciò che può essere distrutto dalla verità deve esserlo.

Che ne è allora dello sforzo individuale; del “posso farcela, dipende da me“?

…un po’ di calma. Perché ci capita di dirci questo?

Se analizziamo le situazioni in cui ci ripetiamo queste frasi, sono generalmente quelle in cui vediamo in lontananza la possibilità di farcela; ma sul momento siamo tentati di arrenderci. Dal tenere la presa su una roccia sul bordo di un precipizio quando siamo allo stremo delle forze, al decidere di non abbuffarci di Nutella quando annoiati.

In casi simili, l’approccio classico è metterla si un piano di “materia” contro “mente”, “istiniti” contro “valori”: “il mio corpo” vorrebbe porre fine al dolore/drogarsi di zuccheri, ma “io” sono “libero” di scegliere invece la vita/la salute, “impormi” e fare diversamente. Tutta questa commedia, naturalmente, è completamente fuorviante.

Il problema nasce da un’espediente tutto sommato ovvio, nel progettare un algoritmo di massimazione: il disegno del problema obbliga a procedere per piccoli passi; e tuttavia, per evitare di restare bloccato da un “falso bene” (un massimo locale), è necessario che si tenga conto anche di valori lontani: di tanto in tanto sarà necessario scendere un po’ verso passaggi difficili, per raggiungere un picco di più alte opportunità. Naturalmente, non è affatto detto che ne valga sempre la pena; restare nella propria zona di confort, magari fino al presentarsi di un’opportunità nuova e migliore, potrebbe essere la strategia migliore. È necessario trovare un bilanciamento.

Il conflitto, allora, non è affatto tra “corpo” e “mente” -come potrebbe? Sono due interpretazioni della stessa cosa. Il conflitto è tra le due parti di mente; quella che considera il guadagno a breve e a lungo periodo.

Quello che dovremmo dirci, allora, è semplice. Non

“dato che sono libero, vincerò me stesso, cambierò il mio destino”

Ma:

“dato che in questo momento sto facendo attenzione, allora il mondo mi ha messo nelle condizioni giuste per fare la scelta migliore; devo solo seguirla”

Meno poetico?

…già. Ma, il vero problema deve ancora arrivare.

Perché: se ciò che siamo è derivato dall’ambiente, dai geni, dalla “società”, e non da un “merito”… con quale base possiamo dare premi e punizioni? Non è …ingiusto?

, certo che lo è!

E tuttavia: non meno è necessario! Perché: premiando e selezionando si ottiene un miglioramento generale della società.

Se è promosso soltanto chi si impegna di più, tutti si impegneranno di più. Se è ammesso solo chi è migliore in ciascun campo, avremo in ogni posizione i più adatti a ricoprirla. Il vantaggio prodotto gli uni per gli altri è enorme.

Insomma: non dareste il timone del vostro aereo al primo che passa che voleva tanto fare il pilota; ma che, non per colpa sua (“poverino”), non ha potuto.

Ma è ingiusto.

Una società senza selezione equivale a dare 1000€ a tutti, indistintamente. La società meritocratica perfetta equivale a dare una somma media di 5000€: ma alcuni avranno cifre astronomiche, i più si distribuiranno attorno alla media; a non pochi, però, resteranno solo le briciole. Ingiustamente.

E tuttavia, potremmo davvero chiedere alla società il sacrificio richiesto dalla giustizia?

Qualcosa farebbe, tuttavia, almeno il riconoscerlo.

Eviterebbe di aggiungere danno alla beffa; come avviene, invece, quando si fa al povero una colpa della sua povertà. Si eviterebbe, magari, che la società possa tollerare un sistema carcerario non soltanto infernale, ma drammaticamente solo punitivo anziché rieducativo.

Tante cose cambierebbero; nella scuola, nel lavoro …non necessariamente in una sola direzione, in verità: in più di un caso, ci si troverebbe, io credo, ad accettare con più serenità un’ingiustizia per il maggior bene della società; una volta riconosciuto che questo è necessariamente il sistema.

Tanto il feticcio del “merito” a tutti i costi e anche fine a sé stesso, quanto dall’altra parte il buonismo incondizionato, sono estremamente dannosi. Una corretta ed onesta impostazione teorica smusserebbe vari angoli, sarebbe un discreto progresso per la società.

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