L’Euro prima dell’Euro

In questo periodo in cui si legge poco e male, è un evento, trovare anche solo un raccontino allo stesso tempo stimolante e divertente. Pertanto, non potete perdervi

questo

Si tratta di un piccolo gioiello di fanta-politica. Racconta di un mondo parallelo, simile al nostro …ma: in cui l’Euro non esiste.

Nè le stranezze finiscono qui. Anzi. Pensate: è un mondo in cui la Germania vorrebbe tanto …rivalutare il marco. Che, dal nosro punto di vista equivale -a svalutare la lira!

Capite? In quel mondo immaginario, per la Germania, la svalutazione delle altre monete non è una bieca slealtà: è un evento fisiologico. È l’unico modo per armonizzare le differenze profonde tra le economie; forgiate in funzione di obiettivi di inflazione diversi. La Germania non ha alcuna intenzione di abbandonare la sua politica di NO senza-se-e-senza-ma all’inflazione: era una reazione psicologica alla repubblica di Weimar; ma ha ormai formato le abitudini economiche dell’intera popolazione. La Germania postbellica è nata antiflazionista; ed ora antinflazionista vuole restare, costi quel che costi: tra cui (come tutti sanno e riconoscono), i costi che inevitabilmente ne derivano, di un aggiustamento continuo del cambio.

Ma, restate con noi. Ancora più surreale, in quel raccontino …è il comportamento di quell’Italia e quella Francia parallele. Che, in breve, si rifiutano categoricamente di svalutare. Difendono ad oltranza il cambio fisso. E -lo dicono chiramente …tanto peggio per la competitività!

Ma per capire meglio quello strano mondo, vi serve forse qualche informazione aggiuntiva, sulla bizzarra vita quello strano universo alternativo.

In estrema sintesi, i paesi della “perferia” (del nostro mondo immaginario, naturalmente) hanno tradizionalmente avuto un’alta inflazione e svalutano. La Germania ha una bassa inflazione, e rivalutava costantemente. In sé, questi sono ludi cartacei: pagare più soldi che valgono meno, ovvero fare inflazione+svalutazione come la periferia, è in buona parte equivalente a non fare nessuna delle due. Si può scegliere quella che si preferisce; a causa dell’imperfezione del mercato, qualche differenza c’è, ma non è univoco per tutti quale sia migliore.

Ma.

Che cosa succede se si blocca il cambio? Succede, quello che Bagnai battezza “Romanzo del Centro e della Periferia“. Ve la faccio più in breve.

Succede che l’inflazione nei paesi periferici resta più alta, almeno per un po’. Se non altro per ragioni di inerzia psicologica.

Ma il problema è che questo innesca un circolo autosostentante, che la mantiene ancora più alta.

L’inflazione attira i capitali. Controintuitivo, ma con un esempio diventa evidente.

Poniamo di partire dalla situazione in cui 1 marco = 1 lira. La produttività è del 10% in Germania, e dell’8% in Italia: ma la Germania ha un’inflazione del 2%, e l’Italia dell’8%. Allora: se investo 1000 marchi in Germania, l’anno prossimo avrò un guadagno reale del 10%. Ma, i guadagni mi saranno pagati in una moneta che ha subito un’inflazione del 2%. In concreto, riavrò indetro 1122 marchi.

Se investo 1000 marchi, cambiati in 1000 lire, in Italia? Avrò (1000+ 80)*1.08 = 1166  lire. Ma! Se la svalutazione ha fatto il suo mestiere di tenere costanti i prezzi relativi, 1166 lire saranno… 1102 marchi. Come è giusto: i 20 marchi mancanti sono esattamente quelli dovuti alla minore produttività.

Quindi, tutti vorrebbero investire in Germania: l’Italia deve applicare un rigido controllo di capitali per tentare di impedirne la fuga. (in attesa di recuperare il gap di competitività… in teoria) E magari per converso il governo italiano, per far mandare giù la limitazione ai suoi imprenditori, cerca di garantirgli almeno il monopolio domestico; e scoraggia gli investimenti tedeschi. E in realtà; anche se il governo non mettesse un ostacolo esplicito, la stessa libertà del cambio lo è: perché, se anche in media producesse effettivamente un riequilibrio dei prezzi reali, nella pratica ci saranno fluttuazioni casuali; ed il rischio è sempre un costo. Così, succede che i tedeschi accumulano capitali, grazie alla loro produttività; ma finché non possono investirli all’estero, e si fanno concorrenza solo tra loro, fa poca differenza.

Questa segregazione dei capitali, però, ha a sua volta un costo. Un mercato segmentato è un mercato povero. Gran parte dello sviluppo del mondo moderno, si arriva a sostenere, è essenzialmente l’effetto indiretto dell’apertura sempre maggiore degli scambi internazionali. Ci saranno sempre settori in cui i tedeschi sono migliori degli italiani, ma anche settori in cui gli italiani sono migliori dei tedeschi. In questo modo (se gli investimenti esteri sono scoraggiati) in molti casi resterà un’azienda tedesca in Germania anche quando una italiana avrebbe fornito un servizio migliore -e viceversa.

Oh! Ma. Cosa succede se io volessi invece favorire i commerci; ed oltre ad abolire le barriere statali …blocco il cambio? I costi per le aziende che hanno bisogno di scambiare diminuiscono; si creano nuove opportunità. Il mercato comune è maggiore della somma delle parti.

…ma! E l’inflazione? Se l’inflazione non diminuisce (e tenderà a farlo -ma mai immediatamente) -come cambiano i nostri conti? Fino all’ultimo passaggio, nulla: l’investimento in Italia produce 1166 lire… ma ora, sono 1166 marchi! Ovvero, chi investì in Italia intasca 44 più dei 1122 che avrebbe avuto in Germania: è un guadagno maggiore del 36%.

E chi non investirebbe in Italia, allora? Di sicuro non i tedeshi -non se ne staranno certo con le mani in mano: o meglio con i soldi in tasca (che lì non rendono). Tanto più che, con la loro produttività, hanno accumulato una mole di capitali grazie ai quali possono davvero entrare dalla porta principale.

Così, succede che i tedeschi cominciano a prestare ai colleghi italiani -o direttamente a comprare. Gli italiani hanno bisogno di capitali: nel nuovo mercato comune, si ritrovano …poveri (relativamente) E tuttavia -non si lamentano di certo. È vero, ora devono dividere la torta con i tedeschi: ma c’è spazio per tutti! Se vendono vendono a prezzi alti; se si indebitano per espandersi, a prezzi bassi. E il loro mercato domestico rende come non mai.

Ok, ricordiamolo: tutta questa meraviglia è originata non dalla produttività, solo dall’inflazione! (e dal cambio bloccato) 

E non avevo detto che si autoalimenta? Eccome si autoalimenta: i capitali importati pagano acquisti e salari; generano quindi consumo, quindi domanda… quindi aumento dei prezzi; ovvero inflazione. Più inflazione -> più capitali -> più inflazione… avete capito.

Non è l’unico processo in atto. Nel frattempo, la rivalutazione reale (=mancata svaluazione) affossa la competititvità delle aziende italiane -e speculrmente, i prodotti tedeschi appaiono sempre più economici. Questo permette agli italiani di …com’era? “Vivere al di sopra delle proprie possibilità”: comprare beni tedeschi che non avrebbero potuto permettersi. (e questo fa comodo assai al governo: che è tanto felice che i suoi cittadini abbiano quello che vogliono… e, magari, siano abbastanza distratti da non fare caso a qualche ruberia piccola piccola).

L’aumento delle importazioni, naturalmente, riporta capitali in Germania. Tenderebbe quindi a ridurre l’inflazione -questo è un meccanismo stabilizzante. E del resto, il deficit commerciale stesso tenderebbe a chiudersi: la perdita di competitività dovrebbe mettere in crisi le aziende, che licenziando o riducendo gli stipendi, mettono fine alle spese allegre. Ma questo non succede: i capitali finiti in Germania -mica stupidi: finché continua a convenire- tornano subito ad essere investiti in Italia! Portando nuova ricchezza (o meglio: quella vecchia lavata con Perlana), che continua a far girare le aziende nonostante la minore competitività.

(spoiler alert: è quello che fa, oggi, la Cina con gli USA)

Forse che può durare? Ovviamente no…

Non può durare ma ci credo, si dicono la Francia e l’Italia dell’articolo.

Per chi non avesse letto, quello strano mondo è l’Europa del 1989. Senza Euro -ma con i cambi quasi-fissi dello SME.

Come finisce? Male. Come è giusto. Proprio come la Bundesbank aveva previsto. E avvisato.

vedono in questo squilibrio – se non si provvederà prima – il pericolo di un riallineamento obbligato, che esigerà interventi tanto più pesanti quanto più a lungo si sarà aspettato.

Già. Si avrà da lì a tre anni la crisi del 1992: in cui la lira perse in pochi mesi qualcosa come il 30% contro il marco. Non da sola: perfino paesi come l’Inghilterra e la Svezia subirono la stessa sorte.

Perché? Perché era inevitabile: l’effetto benefico dei capitali esteri si verifica solo al loro arrivo. Sono comunque un bene -se, e solo se, il paese resta competitivo; e continua quindi ad offrire motivi veri per l’afflusso di capitali sempre nuovi. Ma se l’afflusso è ottenuto sacrificando, paradossalmente, la competitività… si tratta di segare il ramo su cui si è seduti.

Il gioco diventa allora una pura bolla speculativa. E come ogni bolla -deve scoppiare.

Le aziende, sempre meno competitive, stanno in piedi facendo nuovi debiti. Funziona, finché il credito è sempre meno caro… ma, poi succede qualcosa. La Germania (che finora era Germania Ovest) annette la Germania Est.

E ha bisogno di capiali per ricostruirla.

I capiali cominciano ad andarsene dall’Italia. Ma questo non è possibile: la stabilità della moneta dipende ora dai capitali stessi: senza di essi, la bilancia commerciale in passivo porterebbe la moneta a svalutarsi.

Ma se si permettesse di prendere corpo ai timori di svalutazione, la fuga di capitali si avviterebbe su sé stessa: i banchieri ritirerebbero i propri soldi ancora più rapidamente, per paura della svalutazione -così portando sempre più vicina la svalutazione stessa. Per evitare di innescare questo circolo vizioso, bisogna trattenere i capitali; e per trattenere capitali che comiciano a voler fuggire, bisogna offrire interssi sempre più alti.

…e si finisce da un circolo vizioso all’altro. Perché le aziende sono indebitate oltre i limiti ragionevoli, e così lo Stato: diventa ben presto chiaro che pagare tassi di interesse così alti non è sostenibile. Il rischio di default diventa un’altra minaccia.

Presto, diventa chiaro che l’uscita sarà dolorosa. E questo accelera la fuga. Come in ogni bolla: il primo a fuggire, vince. E chi rimane, si rifà del rischio con interessi sempre maggiori.

Quale fu l’effetto? Per l’economia reale, fu una burrasca -ma in totale si compensò.

Intanto -non ci fu inflazione. E perché avrebbe dovuto? Il teorema secondo cui una svalutazione porta inflazione vale in piena occupazione. Se all’aumento dei prezzi esterni avviene in un momento di crisi interna, il Paese ha un eccesso di capacità produttiva, con cui (se è relativamente indipendente) può grossomodo compensare la perdita dei prodotti esteri.

Dal lato finanziario, l’era dei prestiti facili era finita: ma la svalutazione regalò un forte sconto sui prestiti esistenti, riportandoli ad un livello sostenibile. Inoltre, la ritrovata competitività portò una ripresa dell’esportazione, e quindi nuovi capitali -propri, stavolta, e non prestati.

….ma non bastò. Gran parte del nostro debito odierno è stato accumulato proprio allora; tocco il 120% proprio nel 1994, in seguito alla crisi.

Anziché prendere in prestito denaro e distribuirlo alla gente, eravamo ricorsi a trucchi contabili per gonfiare indirettamente le tasche degli italiani, senza scriverlo come debito… e poi, la realtà ha presentato il conto. Quello che l’italiano medio proprio non capisce, è che puoi essere furbo quanto vuoi; la realtà un giorno sarà più furba di te, e te la farà pagare. Il nostro “debito furbo” è emerso attraverso gli interessi alrissimi pagati in quei primi anni ’90, che neppure la svaluazione ha compensato. E ancora paghiamo.

Ma l’Italia non si arrende mica, sapete? Se un trucco non funziona, vai col prossimo!

(uno ancora più grande: perché c’è anche da mettere una pezza ai cocci del precedente)

La Banca d’Italia si era dissanguata nel tentativo di difendere il cambio. Cambio in teoria fisso: ma in pratica, con un circolo vizioso, il piccolo rischio di svalutazione si era auto-amplificato, fino alla crisi.

Idea: e se noi eliminassimo completamente la possibilità di svalutazione? Basterebbe avere proprio la stessa moneta della Germania… e i suoi capitali resteranno con noi, questa volta, per sempre! Evviva!

Il resto è storia; quella dell’Euro.

Dove la Germania non ci voleva.

Il governatore tedesco parla a Monaco. Si domanda se la creazione di una banca centrale unica e di una moneta unica siano veramente indispensabili. Ribadisce che le economie (e soprattutto il tasso di inflazione) dei vari partners devono essere più omogenee di quel che sono.

[…]

L’ Italia è decisa a puntare i piedi. Vuole arrivare presto ad una moneta unica.

Segnatevelo: la Bundesbank ha sempre ragione.

Che dire?

Effetti positivi ce ne sono stati. Il costo di cambio è stato eliminato. E l’Italia (anche se non lo sa) ha infilato il suo Nord in qualcosa che vent’anni fa non avrebbe potuto esistere: una macroregione industriale integrata tra Francia, Germaia e Italia; che potrebbe avere sul mercato globale chances molto migliori di quelle che avremmo da soli.

Naturalmente, portare a zero l’inflazione [che, senza dirlo, è evidentemente la strategia adottata] …sì, inverte il gap di produttività. In quanti decenni di pugratorio? Un’Europa che investa (ed una Germania che fa ripartire il mercato interno) restano l’obiettivo per cui impegnarsi.

Ma forse questa, sì, è fantascienza.

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2 risposte a L’Euro prima dell’Euro

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