Ottimale a chi?

In una discussione sull’Euro, mi è capitato di discutere del paragone con un altro caso di unificazione monetaria; il Sud Italia.

Così, ho provato a fare un modello di come potrebbero funzionare queste cose.

Supponiamo uno stato in cui

  • Esistono due tipi di beni: tradable (commerciabili oltreconfine) e non-tradable (che devono essere consumati localmente)
  • Ogni cittadino spende cifre uguali in beni tradable e non-tradable. La sua soddisfazione è proporzionale alla somma delle unità consumate in entrambe.
  • Lo stato tassa al 50%; dunque e sue entrate sono pari alla somma degli stipendi netti. Le entrate dello stato sono ripartite equamente tra i dipendenti pubblici.

Questo suggerisce uno stato con 1/4 della popolazione che lavora nel comparto tradable, 1/4 nel non-tradable, e 1/2 nei servizi pubblici. Se la produttività del settore tradable e non tradable è uguale, tutti guadagnano uguale, e tutti consumano uguale.

Ora, apriamo al commercio. Abbiamo due nazioni; Nord e Sud. Quale sarà il rapporto fra di loro?

Supponiamo che abbiano lo stesso numero di abitanti. E supponiamo che una delle due abbia una produttività più alta; per semplicità, che sia il doppio. Così, mentre a Nord il settore privato produce 8 unità per lavoratore, a Sud (per qualunque motivo: mancanza di investimenti, assenza di cultura imprenditoriale, corruzione, criminalità, mancanza di infrastrutture), se ne producono 4. Così, in assenza di commercio i cittadini del Nord consumano 4 a testa (2 tradable + 2 non-tradable), al Sud si può consumare solo 2, 1 e 1.

E se commerciano? Uguale! I conti mostrano che i cittadini del Nord e del Sud continuano a guadagnare uguale all’interno di ciascuna nazione. E quelli del Nord a consumare il doppio. Dopotutto, l’unica interazione riguarda il settore tradable. Ed in questa, gli operai del nord producono il doppio, e pertanto sono pagati anche il doppio. Dunque, consumano effettivamente sempre gli 8 che hanno prodotto. Non cambiando loro, neppure il resto del mercato si muove.

(in realtà, il commercio genera ricchezza: lo fa ogni qual volta il rapporto di produttività sia anche solo leggermente diverso da 2:1; in tutti quei casi, il commercio beneficia entrambi. Il modello non è abbastanza raffinato per rilevarlo)

Insomma, tenete a mente il risultato “base”: qualunque cosa faccia la moneta, svalutazione, inflazione o che, al Nord si consuma 4, al sud 2.

(a meno che si facciamo cose strane; quali fissare il cambio in presenza di un differenziale di inflazione. In tal caso, le conseguenze non saranno piacevoli. Ma nessuno farebbe una cosa del genere, giusto?)

Ok. E se, invece si fa uno Stato unico? Ovvero: si pareggiano gli stipendi degli impiegati statali a Nord e a Sud?

Le conseguenze sembrano ovvie: ci perdono gli statali a Nord, e guadagnano gli statali a Sud; ovvero, le loro condizioni si pareggiano. Sì …non propiro. Non solo. Perché, naturalmente, il cambiamento influenza in modo diverso i prezzi dei tradable. e non-tradable.

Facciamo i conti per il nuovo sistema, e troviamo: (i consumi sono calcolati dividendo il totale prodotto in proporzione agli stipendi: il prodotto nazionale in proporzione agli stipendi nazionali; il non-tradable dividendo la produzione del Nord per gli stipendi del Nord, e così per il Sud)

  • Tradable a Nord, consuma         4,4   (+10%)
  • Non-tradable a Nord, consuma 3,67 (-8,3%)
  • Statale a Nord, consuma             3,3   (-17,5%)
  • Statale a Sud, consuma                2,63 (+31,5%)
  • Non-Tradable a Sud, consuma   2,33 (+16,5%)
  • Tradable a Sud, consuma             1,75 (-12,5%)

Che cos’è successo? Il trasferimento delle risorse statali da Nord a Sud ha dato un discreto colpo alle risorse impiegabili per gli stipendi pubblici, naturalmente. Questo,in parte, si riflette sui minori guadagni del settore Non-Tradable. Invece, meno intuitivamente, il settore Tradable del Nord ha un significativo beneficio. Perché? Perché la domanda dei beni che produce si è soltanto spostata; invece, la domanda per i beni Non-Tradable che consuma è proprio dimunita: i prezzi in quel settore sono diminuiti, e questo prmette di aumentare i consumi.

L’inverso accade a Sud. Il beneficio per gli impiegati pubblici è (in proporzione) ancora più forte della perdita per i colleghi del Nord; e porta con sé una fioritura anche del settore Non-Tradable. Notare che i consumi restano, in realtà, minori: resta l’effetto di doversi servire di un non-tradable meno efficiente.

Ed il Tradable? Il settore Tradable perde. Infatti, la domanda per la sua produzione non è aumentata; sono aumentati, però, i prezzi a cui deve far fronte, a causa della maggiore concorrenza degli statali sui beni non-tradable.

Così, i proprio lavorattori che producono per l’esportazione si trovano in consistente difficoltà. E, peggio: psicologicamente, è letteralmente tragico. Se, prima dell’unità, lo stato era completamente ugualitario, ora l’operaio del Sud scopre che un suo collega al Nord guadagna 2.5 volte tanto. Peggio ancora: il suo stesso concittadino, che abbia però un impiego statale, ora può vantare uno stipendio del 50% maggiore del suo.

Questo, naturalmente, provoca scompensi. Al Nord, il settore privato per l’esportazione fiorisce; il pubblico, viceversa, comincia ad essere guardato come un settore di serie B, e non può competere per attrarre i migliori. Al sud, il contrario: la vita nel settore che produce per l’export è miserevole: il sogno dei più, allora, diventa non l’impresa -ma il concorso statale. La cultura imprenditoriale agonizza.

E, soprattutto: gli impiegati del settore Tradable del Sud accetteranno la situazione con stoica rassegnazione alla necessità economica? Chinando la testa, in riconoscimento del beneficio per i loro concittadini più fortunati? Molto, molto difficile. Molto più probabilmente, lotteranno per avere uno stipendio maggiore. E può essere che abbiano successo: che, anzi, ottengano addirittura… un contratto unico nazionale.

Sì, però: la produttività è ancora 2:1 per il Nord. Così, finché i sindacti non riusciranno a far passare na legge che stabilisca finalmente 2=1, l’effetto sarà uno solo: le aziende pagheranno un salario maggiore per un po’… e poi chiuderanno, per trasferirsi al Nord.

In queste condizioni, i tentativi dello Stato per riportare un po’ d’industria al Sud sono un disperato fermare l’acqua con le mani. Del resto; non saranno mai industrie produttive. Perché, dopotutto investire… quando si può con molto meno sforzo lamentarsi della bassa produttività (vero), minacciare di chiudere … e ricevere soldi? Questi tentativi diventano, a tutti gli effetti, solo un capitolo della spesa pubblica.

Ah, ma qui entra in gioco uno degli assiomi dell’Area Valutaria Ottimale. La mobilità! Cosa succede? Che, mentre le aziende, irreparabilmente, fuggono, l’unica soluzione è… inseguirle.

Comincia l’emigrazione da Sud a Nord (suona familiare?). E …non si ferma. Anzi: quanto più si riducono gli occupati nel settore Tradable, quanto più i prezzi si allineano con chi resta; ovvero con gli statali, ovvero al rialzo. Presto, il settore Tradable del Sud è …estinto. Tranne, naturalmente, per quello che genera un valore aggiunto particolarmente forte… e non può scappare. Le cipolle di Tropea, per dire.

Quando la migrazione comincia, è ovviamente il settore Tradable del Nord ad attirare. Tuttavia, mano a mano che procede, si abbassa la richiesta in questo settore; ed aumenta invece la richiesta di beni Non-Tradable. Assumiamo che gli emigranti, ormai che hanno cambiato luogo, siano disponibili anche a cambiare lavoro; e che vadano nel settore che offre guadagni maggiori. In tal modo, allineano gli stipendi tra Tradable e Non-Tradable. I miei conti dimostrano che questo avviene se il 20% passa al settore Non-Tradable.

Naturalmente, non siamo razzisti: gli immigranti sono inseriti nel tessuto produttivo del Nord, con procedure, know-how, infrastrutture e tecnologie locali. La loro produttività si allinea  rapidamente a quella dei nativi.

Risltato della migrazione?

  • Settore privato a Nord, consumo  4    (~0% …ma +100% per gli emigrati!)
  • Statali al Nord, consumo                3,6 (-10%)
  • Statali a Sud, consumo                    3,3 (+75%)
  • Non-Tradable al Sud, consumo     2,2  (+10%)

Chi ha guadagnato? Un po’ tutti. Del resto: l’emigrazione ha aumentato la produzione totale! La diminuzione relativa dei prezzi aiuta gli statali del Nord a ridurre le perdite, ed produttori di non-tradable del Sud a restare in territorio positivo. Inoltre, la concorrenza non è poi così terribile: nonostante quasi raddoppi l’offerta di lavoro nel settore Tradable, i numeri mostrano che questo si limita ad… annullare il guadagno che si sarebbe altrimenti prodotto; ma non riduce il benessere dei lavoratori, rispetto ai due stati.

Chi ha vinto davvero, tuttavia? Ad un primo sguardo, non c’è dubbio: gli emigrati. Sono entrati in un mondo che dà loro molto di più. Certo: hanno dovuto abbandonare tutto; e probabilmente mantenere i contatti in manera faticosa e costosa.

Viene, allora da dire che i veri vincitori siano… gli statali del Sud. Hanno approfittato dell’emigrazione in ogni modo:

  • diminuzione dei prezzi sui Tradable, per la maggiore offerta nazionale
  • dminuzione dei prezzi dei Non-Tradable, per la minore domanda locale
  • aumento delle risorse a disposizione dello Stato per i loro stipendi, di nuovo grazie all’aumento di produttività.

Infatti, il loro benessere è praticamente esploso: +75% …senza che abbiano dovuto fare nulla. Guadagnano quasi quanto i colleghi del Nord (la differenza è passata da 100% ad appena 8,3%); e nulla lascia pensare che abbiano migliorato la loro efficienza (anzi).

Questo, per quanto capisco, è il modo in cui un’Area Economica Ottimale (quindi: con mobilità dei fattori produtivi, e traferimenti fiscali) “funziona”.

Sì: funziona! In realtà, il beneficio è sorprendente. Quasi il 90% della nazione (cioè: tutti, meno quel che resta del settore privato al Sud), in un modo o nell’altro, si avvicina notevolmente allo standard (4) che, prima, era accessibile unicamente al 50% nato al Nord. Rileggete i numeri: un cittadino su 4 ha benefici tra il 75 ed il 100%; mentre il peggio che capita è un -10%, e solo per uno su 8. Miracolo! Meraviglia!

Già. Ma c’è un costo. La nazione debole, il Sud in questo caso, diventa letteralmente uno zombie. Uno zombie ben nutrito: tutti i suoi settori, chi più chi meno, hanno un significativo guadagno. Eppure: è un’economia dove l’unica prospettiva è il settore pubblico; oppure un privato che è la Cenerentola della nazione; oppure l’emigrazione.

E, soprattutto; un’economia ben pagata… per servire solo sé stessa. Nel modello, se lo Stato si dissolvesse, gli stipendi di equilibrio nel restaurato Stato del Sud sarebbero… zero. Ovviamente; non produce assolutamente nulla!

Certo, non si arriverebbe a zero davvero: nel mondo reale, la gente consumerà finché avrà risparmi. Inoltre, parte del settore che porta valuta pregiata non ha potuto fuggire: agricoltura, turismo. Comunque, gran parte degli statali dovrebbero essere licenziati, e riconvertirsi a lavori nel privato. La disoccupazione raggiungerebbe nel processo abbondanti due cifre. E quando ritrovassero lavoro, dovrebbero accettare comunque un taglio del proprio benessere almeno del 30% (e questo calcola i prezzi in caduta; il taglio nominale sarebbe probabilmente dell’ordine del 50%. Come è giusto, per riallinearsi alla produttività). Tra le altre cose, il default e collasso del sistema creditizio sarebbe praticamente inevitabile. In sintesi: al confronto, la Grecia potrebbe sembrare una tranquilla passeggiata.

…il Nord, nauralmente, avrebbe una momentanea crisi di sovraproduzione. Eppure, la dimuzione degli stipendi nel settore Tradable sarebbe solo del 16,5% -comparabile con quella già sopportata dal settore pubblico a causa dell’unione. Questo perché, naturalmente, lo Stato letteralmente scoppierebbe di liquidità, e potrebbe facilmente far ripartire i consumi. Il mio modello cattura questo predicendo una pazzesca impennata di +66,7% nel consumo dei dipendenti pubblici settentrionali, fino al ridicolo livello di 6; naturalmente la risposta reale sarebbe invece, probabilmente, una forte diminuzione delle tasse ai privati. La sovrapproduzione prenderebbe così rapidamente la strada dell’export.

Questo, tanto per essere chiari, non si riferisce all’Italia rispetto all’Europa! Non siamo una nazione-zombie. Almeno; non ancora, lo stiamo diventando…

Comunque, è una cosa di cui tenere conto, quando si riflette sul futuro dell’Europa. Magari, dicendo che dovremmo diventare un’Area Economica Ottimale. Un’unione che pareggi gli stipendi del pubblico, mediante trasferimento fiscale, accomagnata da migrazione (senza allineare la produttività) …è, letteralmente, un patto col diavolo. Vendi la tua struttura produttiva, per… soldi dal cielo. Bene (in un certo senso). Ma, se finiscono? L’Unione Europea, dopotutto, non è poi così solida…

L’Europa di oggi, in realtà, era disegnata proprio per evitare questo problema: gli stati restano separati; gli stipendi pubblici, anche. Tuttavia, il credito e la sopravvalutazione del cambio (nonché, le politiche egoistiche della Germania) stanno, più lentamente, producendo un effetto molto simile.

L’Italia potrebbe comunque prendere ad esempio dalla parte buona della costruzione europea, su questo. Evitare di surriscaldare il cambio reale parificando gli stipendi; portandoli, invece, a riallinearsi gradualmente con la produttività industriale. Come fare? Il metodo c’è: si chiama gabbie salariali. Una diminuzione degli stipendi in ragione dei minori prezzi poterebbe un’ulteriore rallentamento dei prezzi; e così via (ma senza crisi drammatiche). Fino a che il settore privato ritorni competitivo. Allora ci sarà qualcosa su cui lavorare per far ripartire la produttività; con la speranza che non sia solo buttare soldi.

Naturalmente, sarebbe disfare il patto col diavolo, tutto quanto: parte dei guadagni dell’unità andrebbero sparendo; assieme (si spera) alla sua maledizione. Da lì, ci sarebbe la speranza che uno sforzo per rialzarsi da tanti anni di paralisi e atrofia abbia successo; certo, servirebbe un deciso sforzo nondimeno. Qualcuno raccoglie la sfida?

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