Il tempo e il denaro

Non mi convince il discorso di Uriel sul valore del tempo.

Certo: lavorare di più toglie reddito a qualcuno. Tuttavia, finché il reddito lo spendete tutto, quel che togliete ad uno lo date ad un altro. Anzi, naturalmente: se ora guadagnate di più, farete circolare più reddito. Anche in caso di risparmio, l’effetto è di abbassare i tassi di interesse pagati dalle imprese; va comunque a vantaggio dell’economia.

E tuttavia: anche assumere che qualcosa sia falso perché c’è una fallacia nel ragionamento usato per sostenerlo …è una fallacia. In particolare: siamo sicuri che la sostituzione sia tra soggetti equivalenti?

Temo di no. In effetti: se hai molto tempo libero, tenderai ad approfittare dei servizi offerti dal territorio. Che sia anche solo comprare il pane dal bottegaio sotto casa, e farci quattro chiacchiere. Ma sarà anche andare al cinema, o a teatro, o al pub la sera, o a mangiare in campagna per il weekend.

Che cosa succede quando, anche aumentando lo stipendio, si sottrae tempo libero? Naturalmente, andrebbe verificato: ma c’è il rischio che il consumo si sposti in modo dannoso per il mercato interno.

Innanzitutto, può essere che il consumo si sposti dai servizi alle cose. Per il semplice motivo che dei servizi serve tempo per goderne; le cose, invece, possono essere usate mentre si fa altro. Così, chi spendeva 500€ all’anno a teatro, se ora guadagna 800€, ma non ha più tempo di uscire e al più guarda la televisione mentre cena, quegli 800€ li spenderà magari in una televisione nuova.

Qual è il problema? Che i servizi sono locali, i beni si possono trasferire. Mentre tutti i dipendenti del teartro sono del paese, il televisore potrebbe benissimo essere prodotto in Corea. Così, i soldi che sarebero entrati in circolo nell’economia locale, predono invece la via dell’estero. Il cambiamento ha aumentato di 300€ il contribuito individuale al PIL, sì; ma ha anche aggiunto 800€ al deficit commerciale. Nel lungo periodo, l’effetto potrebbe essere negativo.

Meccanismi simili si manifestano in molti campi differenti. Chi ha pochi soldi ma molto tempo, magari, farà il giro dei negozi della città per assicurarsi i prodotti migliori al minor prezzo. Ma chi debba preoccuparsi meno dei prezzi, e però debba fare tesoro del tempo, si dirigerà immediatamente verso l’unico supermercato dove sa di poter trovare subito tutto. Condannando quindi i negozi cittadini; ed anche forse le produzioni locali, che potrebbero magari essere competitive mediante una filiera corta che eviti i costi intermedi, ma che non possono competere in quella centralizzata del supermercato. Così, sì, il contributo all’economia sarà maggiore; ma una quota maggiore andrà al mercato globale piuttosto che a quello locale.

Anche le vancanze: chi ha soldi, ma non tempo, vorrà che il poco tempo che può avere per se sia intenso ed indimenticabile. E quindi: meno gite fuori porta; più viaggi all’estero. E per il risparmio: mano a mano che il mercato dei capitali si integra, è più facile che i risparmi vadano a finanziare lo sviluppo altrove.

Ora: dall’inizio degli anni ’90, naturalmente perché “bisogna fare sacrifici” per “uscire dalla crisi”, si sentono ciclicamente proposte di “lavorare di più” per risolvere tutti i problemi. Ora, sì; questo aumenta l’offerta delle nostre merci. Ma non è che, allo stesso tempo, affossa anche il mercato interno dei servizi, ed aumenta inoltre la domanda di merci, tra cui quelle estere?

…senza contare il problema di incentivi. La scarsità di manodopera costringe ad investire sull’innovazione; aumntarla artificialmente, naturalmente, permette di rimandare gli inestimenti. Se, per un certo periodo, si riesce a tirare la corda sempre un po’ di più, c’è il rischio di rimandarli all’infinito.

Potrebbe essere che l’effetto sia comunque positivo, naturalmente. O può essere che sia negativo. Oppure, semplicemente, che sia una partita di giro, con effetti che si compensano. In tal caso, però, uno scambio in cui per denaro dai via il tempo per goderselo non sembra molto vantaggioso.

Quello che è noto, è che già da decenni in Italia si lavora il 10% in più della media europea. Notate che, manco a dirlo, la Germania si trova significativamente al di sotto della media. Che la direzione della causa sia davvero come dice Uriel?

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