Duce mio dammi novanta lire

Recentemente ho scoperto che l’Italia, appena nata nel 1860, subito entrò in una… unione monetaria. 

L’Unione Monetaria Latina, per la precisione; non era ampia quanto l’euro, ma legava comunque il nostro paese ad una moneta forte come il Franco francese; assieme a Belgio, Svizzera, e indirettamente Austria-Ungheria. Insomma mezza Europa visse in un cambio fisso per un lunghissimo periodo: fino alla Prima Guerra Mondiale.

Mi chiedo perché non si studi a scuola, perché l’implicazione é molto interessante: vuol dire che, contando il cambio fisso con il dollaro/oro di Bretton Woods fino al 1971, e lo SME dal 1979 al 1992, mentre il cambio finale della lira in vista dell’Euro fu fissato nel 1996, ed anche ignorando l’inutile “serpente monetario” del 1972-74… significa che dei suoi 157 anni, l’Italia ne ha vissuti almeno (1914-1860)+(71-46)+(92-79)+(2017-1996) -> 131 anni in un sistema di cambi fissi o quasi fissi. 

L’unico buco significativo essendo i famosi anni ’70 dell’iperinflazione, più la crisi del ’92… un attimo; non staremo dimenticando qualcosa? 

Oddio oddio, ci stavamo dimenticando di LVI!

Beh, ma questa è facile: dato che oggi i suoi sostenitori dicono peste e corna dell’Euro perché moneta altrui troppo forte, il periodo mussoliniano deve essere stato uno di gloriose svalutazioni. Niente da aggiungere, dunque, alla nostra collezione di peg a monete forti. Giusto? 

Sbagliato. Mussolini nel discorso di Pesaro del 1926 si scagliò contro la “vergognosa” svalutazione della lira, e prese solennemente l’impegno della “quota 90“. Ovvero un… ancoraggio ad una moneta forte straniera, stavolta inglese: 90 lire per una sterlina. Considerato che nel 1926 di lire ce ne volevano circa 150, la quota 90 significò una drastica rivalutazione della moneta nazionale. 

Il bello è che causò in maniera più drastica precisamente quello di cui si accusa l’euro: la deflazione diede ossigeno alla classe media, ma il lavoro dei proletari fu svalutato con tagli dello stipendio anche del 10%; con effetto particolarmente pronunciato sui lavoranti agricoli del sud, allora votato all’esportazione.

Dall’altra parte, ebbe anche gli stessi vantaggi dell’Euro. Dallo shock di cambio vinsero le grandi aziende, che potevano sfruttare la moneta forte e stabile per acquistare materie prime e macchinari avanzati; quelle stesse aziende (sotto un altro cambio fisso, Bretton Woods) furono protagoniste del boom economico del dopoguerra. La scelta di mantenere un cambio sopravvalutato pose le basi per l’Italia come paese industriale. Nel senso, beninteso, che uccise le aziende di prima e ne fece nascere di più forti al loro posto. Così funziona l’economia.

Contando i 12 anni 1926-1938 in cui la lira rivalutò o si mantenne alta nelle vicinanze della fatidica quota 90, arriviamo a 143 su 157 anni di vita del nostro paese passati all’interno di accordi di cambio fisso o strettamente vincolato. Inclusi i periodi di maggiore sviluppo, come la belle epoque e il boom economico.

Che dite, magari non è l’euro il problema? 

Studiatela, la storia. Utile, e anche divertente: la prossima volta che qualcuno vi sventola che LVI non si sarebbe fatto mettere i piedi in testa dalla Germania -rispondetegli che monetariamente, in effetti preferiva aggrapparsi alle gonne dell’Inghilterra, spiegando la quota 90 e tutto quanto. Italica ilarità non può che seguire.

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